A Gaza, bambine e bambini hanno perso in media l’equivalente di cinque anni di istruzione a causa della crisi, delle chiusure e delle continue interruzioni. In Cisgiordania, la perdita stimata è di oltre due anni e mezzo di apprendimento, tra restrizioni alla mobilità, riduzione dei giorni di scuola e crescente instabilità. Eppure, nonostante tutto, l’educazione continua a rappresentare una delle poche speranze concrete per il futuro.
In molte parti del mondo, la fine dell’estate coincide con il ritorno a scuola: bambine e bambini rientrano in classe, ritrovano compagne e compagni e riprendono una routine. In altri contesti, però, questo passaggio non è semplice né scontato.
In Palestina, per migliaia di bambine e bambini, l’inizio di un nuovo anno scolastico non significa necessariamente rientrare in classe. A Gaza, quasi tutti gli edifici scolastici sono stati danneggiati: secondo UNICEF, all’inizio del 2026 lo era circa il 98%, mentre l’81% risultava essere stato colpito direttamente dai bombardamenti, nonostante le scuole siano protette dal diritto internazionale umanitario. In Cisgiordania, invece, le scuole spesso sono ancora in piedi, ma raggiungerle può essere difficile o rischioso: ad aprile 2026, OCHA registrava circa 925 ostacoli alla mobilità, tra checkpoint, blocchi stradali e cancelli. In entrambi i casi, ciò che viene messo in discussione non è solo la possibilità di sedersi a un banco, ma il diritto di imparare, crescere, immaginare un futuro.
Come ci ha raccontato un bambino di Gaza:
“Quando sono a scuola mi sento felice, perché amo imparare, studiare, ricevere conoscenza ed esprimere me stesso e il mio futuro. Però non mi sento mai tranquillo: c’è sempre rumore dalle classi vicine, dalla strada e dai vicini.”
Una nuova ricerca di WeWorld per capire la crisi educativa in Palestina
Di questo e molto altro parliamo nella nostra ultima ricerca “Schooling without learning. The CARES framework in Palestine: field evidence and lessons for Education in Emergencies”, che raccoglie dati, testimonianze e lezioni apprese sul campo per raccontare cosa significa garantire il diritto all’istruzione in contesti di crisi prolungata. Il titolo richiama un paradosso sempre più evidente: la scuola può continuare a esistere nella forma, ma perdere la propria sostanza quando non garantisce più apprendimento, continuità educativa e diritti. Attraverso il CARES Framework di WeWorld e l’esperienza del progetto RISE, svolto da luglio 2025 a giugno 2026, il report analizza sfide, potenzialità e limiti di interventi pensati per sostenere non solo l’accesso alla scuola, ma anche la qualità dell’apprendimento e il benessere di bambine e bambini.
Cosa significa tornare a scuola in Palestina oggi
Parlare di ritorno a scuola in Palestina significa guardare a due crisi diverse, ma profondamente connesse. A Gaza, il sistema educativo è in larga parte collassato: scuole distrutte o inagibili, sfollamento, materiali mancanti e lezioni organizzate in tende o spazi temporanei rendono l’apprendimento estremamente precario.
In Cisgiordania, invece, la scuola spesso continua a esistere, ma la sua continuità è sempre più fragile: checkpoint, restrizioni di movimento, violenza, sfollamenti, chiusure improvvise e settimane scolastiche ridotte rendono il percorso educativo discontinuo ed esposto a continui rischi.
La distinzione è importante: in un caso la scuola è fisicamente assente o ridotta a spazi provvisori; nell'altro resta formalmente in piedi, ma fatica a funzionare come luogo stabile, protettivo e significativo. Il risultato, però, converge: bambine e bambini rischiano di restare dentro o vicino a un sistema educativo che non riesce più a garantire continuità, qualità e protezione.
Gaza: quando la scuola si svolge in spazi temporanei
A Gaza, molte bambine e molti bambini non hanno perso soltanto giorni di scuola, ma anche elementi essenziali dell’esperienza scolastica: il banco, la lavagna, il tragitto conosciuto, la classe, la routine. In molti casi, l’apprendimento avviene in spazi temporanei, sovraffollati, rumorosi, esposti al caldo, alla pioggia e all’instabilità. Le insegnanti e gli insegnanti lavorano con risorse minime, mentre vivono a loro volta lutti, sfollamento e insicurezza.
In una scuola di Gaza, viene raccontato che sedie e banchi non bastano per tutte e tutti: chi arriva tardi si siede per terra, scrive a terra e fatica a vedere la lavagna. Un’altra testimonianza descrive stanze buie e rumorose. Quando scompaiono gli elementi materiali della scuola, diventa più difficile concentrarsi, partecipare, sentirsi davvero studenti. Come ci hanno raccontato:
“Quello che non mi piace della scuola è che non ci sono sedie né banchi, quindi ci sediamo per terra. A volte ci sono alcuni banchi, ma non bastano: chi arriva presto prende una sedia, e se arriviamo tardi ci sediamo comunque per terra. La lavagna è alta perché noi siamo seduti a terra, quindi non riusciamo a vederla bene, ed è anche piccola.”
“Quello che è cambiato recentemente è tutta la forma della scuola e il modo in cui ci sediamo. Prima sedevamo ai banchi, ora ci sediamo per terra e scriviamo a terra. La lavagna non è chiara, e le stanze sono buie e rumorose.”
Cisgiordania: quando raggiungere la scuola è difficile
In Cisgiordania, il problema spesso comincia prima dell’inizio delle lezioni. A maggio 2026, secondo UNICEF, per oltre 150.000 bambine e bambini andare a scuola in modo regolare e sicuro continuava a essere difficile a causa delle restrizioni di movimento e dei danni alle infrastrutture. La scuola non è solo un luogo da raggiungere: è un percorso da valutare ogni mattina, chiedendosi se sia possibile senza esporsi a pericoli.
L’ostacolo non è solo la distanza, ma anche la paura che accompagna il tragitto, la possibilità che una strada venga chiusa, che ci sia un’incursione da parte dei coloni israeliani o che la giornata scolastica venga interrotta prima del previsto. La scuola diventa così un luogo desiderato, ma non sempre pienamente accessibile.
“Nella scuola precedente abbiamo avuto difficoltà perché i coloni ci fermavano, controllavano le nostre borse e ci spaventavano. A volte saltavamo la scuola per paura della strada.”
“Come studente di decima classe devo andare a Fasayel al-Tahta per frequentare la scuola, che per noi è abbastanza lontana, soprattutto perché non c’è un trasporto diretto. Questo ci costringe a camminare da e verso la scuola, esposti alla pioggia d’inverno, al sole caldo d’estate, e spesso anche agli attacchi dei coloni e dell’esercito.”
Non basta essere presenti: il rischio di andare a scuola senza imparare
Quando si parla di educazione in contesti di emergenza, si guarda spesso prima di tutto ai numeri: quante bambine e quanti bambini possono andare a scuola, quanti spazi educativi sono disponibili e quanti materiali scolastici vengono distribuiti. Sono aspetti importanti, ma non raccontano tutta la storia. Una bambina o un bambino può essere fisicamente presente in uno spazio educativo e, allo stesso tempo, non riuscire davvero a imparare.
Succede quando la classe è troppo affollata, quando il rumore impedisce di ascoltare, quando mancano libri e quaderni, quando le lezioni durano troppo poco, quando la paura occupa lo spazio mentale che servirebbe per concentrarsi. Succede quando l’apprendimento si interrompe, riparte, si interrompe di nuovo. Come ci hanno raccontato alcuni genitori di Gaza:
“Mio figlio era arrivato alla terza classe della scuola primaria, e oggi sto ricostruendo il suo apprendimento come se fosse in prima.”
“Non c’è stata stabilità nell’istruzione a causa dello sfollamento. La scuola si interrompeva: a volte andava a scuola e poi ci spostavamo di nuovo prima ancora che completasse una o due lezioni.”
La perdita non riguarda solo i contenuti non studiati. Riguarda anche la continuità dell’apprendimento: ciò che si costruisce un passo dopo l’altro, anno dopo anno. Se quella sequenza si interrompe, bambine e bambini non perdono soltanto lezioni, ma anche fiducia nella propria capacità di progredire. In Cisgiordania, la riduzione delle giornate scolastiche ha reso questo problema particolarmente evidente: quando il tempo diminuisce, l’obiettivo diventa finire il programma, più che assicurarsi che sia stato davvero compreso. Una bambina ci ha detto:
“In questi giorni abbiamo iniziato a sentire il peso dell’orario scolastico e delle materie in generale, a causa delle frequenti chiusure. L’insegnante vuole finire il programma il più velocemente possibile nei giorni di scuola previsti, invece di concentrarsi sull’educazione stessa.”
Per questo il tema non è solo quante bambine e quanti bambini tornano a scuola, ma a quale scuola tornano. Una scuola può esistere formalmente e non riuscire più a essere un luogo di apprendimento significativo. Può restare aperta, ma perdere alcune delle condizioni che la rendono tale: tempo, attenzione, relazione, protezione e fiducia.
La scuola come spazio di protezione
In un contesto di crisi, la scuola non è soltanto il luogo in cui si imparano matematica, lingua, scienze. È anche uno spazio in cui la giornata prende forma, in cui esistono orari, pause, adulti di riferimento, compagne e compagni, attività condivise. È uno dei pochi luoghi in cui bambine e bambini possono continuare a riconoscersi come tali.
Anche quando il contesto intorno cambia, la routine può rappresentare una forma di protezione. Non elimina la paura e non risolve la crisi, ma offre un punto di riferimento. Per questo, in molti contesti di emergenza, l’educazione non può essere separata dal supporto psicosociale: una bambina o un bambino riesce a imparare se l’ambiente è sufficientemente stabile da consentirgli di ascoltare, concentrarsi e partecipare.
Un insegnante di Gaza racconta:
“Manteniamo le routine scolastiche, come l’assemblea del mattino, le pause, la puntualità e la disciplina, perché aiutano psicologicamente gli studenti e danno loro un senso di stabilità.”
Per molte bambine e molti bambini, sentirsi al sicuro dipende da elementi apparentemente semplici: una stanza costruita in muratura invece di una tenda, un’insegnante che resta in classe, la vicinanza alla propria famiglia, l’assenza di rumori improvvisi. Come ci hanno raccontato bambini e bambine:
“Mi sento al sicuro se l’aula è costruita in pietra e non è solo una tenda, se non ci sono bombardamenti e se l’insegnante resta in classe.”
“La fiducia negli insegnanti e nei responsabili della scuola ci fa sentire al sicuro e a nostro agio perché sappiamo che ci proteggeranno da qualsiasi pericolo e che sono sempre qui.”
“Quello che mi fa sentire più al sicuro è che la scuola è vicina a casa mia e che si trova in una casa vera, non in una tenda. Così sento meno il rumore degli aerei. Però a volte mi preoccupo quando vedo che gli insegnanti sono stressati o quando succede qualcosa vicino alla scuola.”
La sicurezza è fatta di muri, di strade, di adulti presenti, di gesti ripetuti e di ascolto. Ed è una condizione necessaria perché l’apprendimento possa avvenire. Quando una bambina o un bambino è in allerta costante, concentrarsi diventa difficile. Per questo il supporto psicosociale non può essere separato dall’educazione: il benessere non viene prima o dopo la scuola, ma ne fa parte.
Il valore dell’educazione nelle parole di bambine e bambini
Raccontare la crisi educativa in Palestina significa descrivere interruzioni, difficoltà materiali e condizioni di insicurezza, ma anche considerare il modo in cui bambine e bambini continuano a parlare della scuola. Nelle loro parole emergono bisogni concreti: protezione, continuità, qualità dell’apprendimento e possibilità di immaginare un percorso futuro.
Questa prospettiva aiuta a evitare una lettura centrata solo sulla vulnerabilità. Le testimonianze parlano anche di desiderio di imparare, aspirazioni personali e consapevolezza del valore della scuola. Tenerne conto permette di restituire un quadro più completo: bambine e bambini non sono soltanto esposti a una crisi, ma continuano a esprimere aspettative, priorità e richieste rispetto al proprio percorso educativo. Un bambino in Cisgiordania ci ha raccontato:
“Mi sembra di voler crescere in fretta e diventare ingegnere. Mi sento triste quando non imparo qualcosa di nuovo, perché voglio davvero raggiungere il mio sogno.”
Il tempo è un elemento centrale. Per chi cresce, la continuità scolastica incide sulla possibilità di consolidare conoscenze, relazioni e fiducia nelle proprie capacità. Le interruzioni prolungate possono rendere più difficile riprendere il percorso e mantenere motivazione. Anche per questo, le testimonianze non vanno lette solo come racconti di difficoltà, ma come indicazioni utili per capire quali aspetti della scuola bambine e bambini considerano essenziali. Come ha detto una bambina di Gaza:
“Quando non imparo, mi sento strano e a disagio. Sognavo di finire la scuola media, andare al liceo scientifico e ottenere uno dei migliori risultati nella Striscia di Gaza. Ma quando la nostra istruzione si è interrotta per la guerra, ho sentito che la mia vita e il mio tempo venivano sprecati.”
Le attività sportive, il gioco, le discussioni, la possibilità di esprimersi non sono elementi decorativi della scuola. Sono parte di un apprendimento che coinvolge, che permette di stare con le altre e gli altri, che restituisce un senso alla giornata scolastica. Quando tutto questo viene tagliato per recuperare tempo, la scuola resta, ma diventa più faticosa e meno vicina all’esperienza delle bambine e dei bambini. Come ci ha riportato una bambina in Cisgiordania:
“Mi piacciono le attività sportive perché c’è gioco e gioia. Vedo i miei amici, giochiamo e competiamo. Ora invece c’è sempre studio ed esami. Studiare è diventato molto faticoso.”
Il desiderio di imparare, quindi, non è scomparso. È presente, ma ha bisogno di adulti, spazi, strumenti e relazioni che lo sostengano. Se non viene accompagnato, può trasformarsi in disillusione. Se viene ascoltato, può diventare un punto da cui ricostruire.
Cosa fa WeWorld: ricostruire spazi, relazioni, fiducia
In Palestina, WeWorld lavora perché l’educazione resti possibile anche dove il sistema educativo è sotto pressione o ha subito un collasso. Attraverso il progetto RISE (Resilient, Inclusive and Safe Education), sostiene spazi temporanei di apprendimento a Gaza, rafforza le scuole in Cisgiordania, distribuisce materiali educativi, forma insegnanti e integra il supporto psicosociale per garantire continuità educativa in ambienti il più possibile inclusivi e protettivi.
In una crisi di questa portata, il lavoro educativo non riguarda soltanto banchi e libri: riguarda anche la fiducia. Quella delle famiglie nel valore della scuola, delle bambine e dei bambini nel proprio futuro, e delle insegnanti e degli insegnanti nel non essere lasciati soli.
Per questo WeWorld adotta un approccio integrato, in cui accesso, diritti, partecipazione e sicurezza si rafforzano a vicenda: una scuola è accessibile se può essere raggiunta senza esporsi a pericoli, inclusiva se ascolta bambine e bambini, protettiva se sostiene anche chi insegna.
Famiglie, comunità locali e organizzazioni partner contribuiscono a individuare bisogni e priorità e ad adattare gli interventi a contesti in continua evoluzione, mantenendo insieme educazione, protezione e vita quotidiana.
“WeWorld lavora a stretto contatto con comunità, famiglie e attori locali attraverso il Community Protection Approach. Questo significa che le comunità non sono solo beneficiarie: partecipano attivamente all’identificazione dei propri bisogni, priorità, rischi e possibili soluzioni.” — staff educativo WeWorld
Il primo giorno (e tutti i giorni) di scuola non dovrebbe essere un privilegio
Con l’inizio di un nuovo anno scolastico, il diritto all’educazione deve rimanere centrale. Ma per centinaia di migliaia di bambine e bambini palestinesi, tornare a scuola continua a essere un’incertezza quotidiana.
Il diritto all’educazione non dovrebbe mai dipendere dal luogo in cui si nasce, dalla sicurezza della strada che si percorre o dalla possibilità che un edificio sia rimasto in piedi. È un diritto e, allo stesso tempo, una condizione fondamentale perché ogni bambina e ogni bambino possano continuare a crescere, imparare e scegliere.
Per questo è importante guardare non solo al numero di bambini che riescono a raggiungere una scuola o uno spazio educativo, ma anche alla qualità dell’apprendimento che ricevono. Significa sostenere insegnanti che lavorano in condizioni sempre più complesse, rafforzare il ruolo delle comunità, garantire continuità ai percorsi educativi e ascoltare la voce dei bambini e delle bambine. Perché il rischio oggi non è soltanto perdere anni di scuola, ma compromettere le opportunità e le aspirazioni di un’intera generazione.

