Come si racconta il ciclo mestruale per immagini? Si può farlo senza cadere nel voyeurismo, nell’ovvio? Le mestruazioni non sono solo sangue. Sono emozioni, sensazioni, a volte dolore. Sono assorbenti da bruciare, pezzi di stoffa da nascondere, lenzuola e vestiti macchiati. Succede a tutte le ragazze, ovunque vivano: che abbiano o no l’acqua corrente in casa, che possano permettersi gli assorbenti o debbano arrangiarsi, che abbiano amiche o si sentano sole, che portino il velo oppure no. 

Sotto le gonne lunghe, pesanti, cucite con stoffe calde che intralciano i movimenti e certo non aiutano a sentirsi libere, ci sono corpi. Sopra quelle gonne, ci sono volti e storie. Tutte diverse, tutte vere. Eppure, in questa battaglia non contano le differenze: perché la giustizia mestruale riguarda tutte. E deve essere per tutte. 


RACCONTAMI è un team multidisciplinare specializzato nella creazione di contenuti per il terzo settore: fondazioni, cooperative, ONG e istituzioni. Nato nel 2018 per iniziativa di Claudia Bellante e Mirko Cecchi - rispettivamente giornalista e fotografo - il progetto prende forma dopo anni di reportage realizzati per le principali testate italiane e internazionali. Oggi mettono la loro esperienza al servizio di realtà che, nonostante ostacoli e difficoltà, lavorano concretamente per cambiare il mondo. 

Nafasi Art Space è uno dei principali centri di arte contemporanea in Tanzania, con sede a Dar es Salaam. Fondato nel 2008, è uno spazio indipendente dedicato alla promozione della creatività, del dialogo culturale e dello sviluppo artistico nel Paese e oltre. 

Attraverso studi d’artista, mostre, residenze, workshop e programmi di formazione, Nafasi sostiene artisti emergenti e affermati, offrendo loro un luogo in cui sperimentare, creare e connettersi con il pubblico. Oggi è un punto di riferimento per la scena artistica dell’Africa orientale. 

 
Precious Seronga è un’illustratrice digitale il cui lavoro è una vibrante celebrazione dell’identità, della cultura e della forza femminile. 

Con il suo stile audace e massimalista, mette al centro le donne nere, esaltandone bellezza e potenza attraverso trame, colori e motivi africani che si intrecciano in racconti visivi di orgoglio e radici. Le sue illustrazioni parlano a un pubblico globale, ma la sua missione resta saldamente ancorata: dare forza, rappresentare, valorizzare - soprattutto quelle voci che troppo spesso restano ai margini. 

Annah Nkyalu 
Annah Nkalu è un’artista visiva con base a Dar es Salaam, il cui lavoro a penna e inchiostro racconta storie complesse e stratificate sulla gioventù: la sua forza, il suo dolore, la sua presenza. La sua arte dà voce soprattutto alle ragazze, esprimendo la potenza che si cela nel loro silenzio. Vincitrice del TFA Art Competition nel 2019 e finalista del premio Mulika nel 2022, Annah ha esposto le sue opere in Uganda, Zambia, Canada e Germania.  

Liberatha Alibalio 
Liberatha Alibalio è un’artista contemporanea di Dar es Salaam che lavora con tessuti e media misti, intrecciando memoria, cultura e spirito in potenti racconti visivi.Ispirata dall'infanzia, dalla conoscenza di sé e dall’evoluzione dell’identità, la sua ricerca artistica esplora i legami tra persone, luoghi ed eredità culturale attraverso stoffe e forme. Ha esposto le sue opere in diversi contesti, dalla Nafasi Academy alla Biennale del Congo.


LE STORIE

Magreth da grande sogna di diventare maestra. Ha avuto le prime mestruazioni a dodici anni, un sabato mattina, e si è subito preoccupata all’idea di dover tornare a scuola il lunedì. Quando ha il ciclo preferisce non andare in Chiesa: non perché la sua religione lo vieti, ma per il timore di potersi sporcare stando seduta troppo a lungo. In quei giorni vorrebbe solo restare a casa. Pensa che, anche se a scuola si spiega cosa siano le mestruazioni, i ragazzi non comprendano davvero. Da quando ha il ciclo, dice di non sentirsi più a suo agio a partecipare ai “giochi da bambini” durante l’intervallo. È figlia unica. Sua madre lavora in un negozio di articoli per la casa, mentre il padre fa l’autista. Con lui, però, non parla mai delle mestruazioni: si vergogna troppo.


Asia ed Elizabeth, 12 e 13 anni. Elizabeth aiuta Asia a sistemarsi il velo. Asia è più piccola e non ha ancora avuto il suo primo ciclo mestruale ed è preoccupata. Crede che le altre ragazze che hanno già avuto le mestruazioni si sentano diverse, ma lei non ha tanta voglia di crescere.
Su questa immagine ha lavorato l’artista Precious Seronga: “La nuvola sopra le ragazze rappresenta la loro conversazione personale, si scambiano parole di incoraggiamento perché è giusto condividere esperienze e sostenersi a vicenda durante il ciclo mestruale. Le colombe simboleggiano libertà e pace.”

Il Bunju Center è un rifugio per ragazze in difficoltà. Molte di loro sono giovani madri, rimaste incinte poco dopo il primo ciclo mestruale per mancanza di conoscenza e di consapevolezza. Nessuna di loro ha rinunciato alla gravidanza, anche perché in Tanzania l’aborto è illegale, ma tutte sono state abbandonate dagli uomini con le quali hanno avuto i loro primi rapporti sessuali. Spesso sono vittime di violenza e di abusi da parte dei partner e dalla famiglia di origine. Al Bunju Center frequentano dei corsi professionali di tre mesi per diventare pasticcere, parrucchiere e sarte. I figli piccoli vengono lasciati in custodia di qualunque parente possa più o meno farsene carico. Sebbene siano tutte maggiorenni e vivano nello stesso luogo, è raro che si aprano e si confidino tra loro. La vicinanza tra persone dello stesso sesso è spesso mal vista e mal giudicata e questo ennesimo pregiudizio lascia le ragazze sole e impotenti.
Rosemary sogna di diventare veterinaria da grande. Ogni volta che ha il ciclo mestruale, brucia gli assorbenti o i panni di stoffa che usa per contenere il flusso, come fanno da sempre le donne della sua famiglia. Crede infatti che, se qualcuno li trovasse, potrebbe usarli per lanciare un maleficio e impedirle di avere figli. Secondo le sue convinzioni, una ragazza con il ciclo non dovrebbe nemmeno toccare le piante, perché queste potrebbero appassire. Racconta che a volte i ragazzi la prendono in giro quando ha le mestruazioni e che questo la fa sentire diversa. Non le piace vedere il suo corpo cambiare: i seni che crescono, i peli, tutto questo la mette a disagio. Su questo ritratto ha lavorato l’artista Annah Nkyalu, disegnando accanto a Rosemary altre due bambine con in testa dei libri e un secchio d’acqua. Oggetti simbolici che rappresentano le tante difficoltà legate al ciclo mestruale: l’abbandono scolastico, la carenza di servizi igienici adeguati e l’impossibilità, per molte, di continuare a praticare sport.
Amina dice che ama disegnare gli alberi. Tra tutte le ragazze che abbiamo incontrato è stata l’unica a confessare che preferirebbe non avere le mestruazioni e che a scuola spesso si sente a disagio. Nell’istituto ci sono 3.000 bambini, ma solo tre bagni sono adatti a chi ha bisogno di cambiarsi durante il ciclo mestruale. Spesso, però, manca l’acqua e non ci sono nemmeno i cestini per smaltire correttamente gli assorbenti. La sua foto è stata interpretata da Precious Seronga: “L’immagine contrasta con la convinzione che toccare i fiori durante il ciclo li faccia appassire. Amina è circondata da fiori vivaci e in piena sbocciatura.”
A sinistra gruppo di ragazze con le quali abbiamo parlato alla scuola di Buza interpretato da Precious Seronga: “Volevo trasmettere l’orgoglio per la femminilità simboleggiata dai motivi floreali e l’avvicinamento della maggiore età. Ho vestito le ragazze con colori decisi che rappresentano la forza, la sicurezza, l’allegria.”
A destra gruppo di ragazze della scuola secondaria fa parte della squadra di hockey su erba, allenata dalla campionessa kenyota Alice Ongoro. Alice forma tutti gli allenatori, uomini e donne, affinché sappiano come supportare le ragazze durante il ciclo mestruale e siano pronti a fornire loro assorbenti quando necessario. Praticare uno sport e far parte di una squadra rappresenta una risorsa fondamentale per queste ragazze: le aiuta a sentirsi unite, a rafforzare la fiducia in sé stesse e a liberarsi, almeno in parte, dal peso del giudizio degli altri.

Sheilla Kipuyo è una giovane ricercatrice e attivista che ha avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione di questo progetto. Con la sua iniziativa The Red Fabric Portfolio, ha ricreato cinque oggetti tradizionalmente utilizzati per contenere e assorbire il flusso mestruale all’interno della comunità Maasai di Arusha, a cui lei stessa appartiene. Il suo lavoro dà forma a "una esplorazione visiva delle lotte silenziose affrontate dalle ragazze nelle zone rurali della Tanzania, causate dal difficile accesso a prodotti per l’igiene mestruale sicuri."
Gli oggetti esposti includono vecchi tessuti, pelle di mucca, cotone sfuso e persino sterco di mucca bruciato. Per arricchire la mostra, Sheilla – con il prezioso aiuto di suo padre – ha fatto arrivare dal nord della Tanzania anche alcuni rami e pezzi di tronco di piante usate tradizionalmente dai Maasai per alleviare dolori e crampi mestruali. Nelle fotografie, Sheilla indossa una collana tradizionale Maasai ed è ritratta accanto a un ramo, a un’infusione preparata con erbe medicinali e alla ricetta tramandata dalla nonna per realizzarla.

In questa serie sono rappresentate alcune delle credenze culturali e religiose legate al periodo mestruale. Le ragazze di fede musulmana sanno che in quei giorni è proibito loro anche solo toccare il Corano. I tessuti usati come assorbenti non vanno assolutamente lasciati asciugare alla vista delle altre persone, sia per pudore che per paura della stregoneria. In alcune regioni le ragazze con il ciclo non devono toccare frutti verdi come il lime e il mango - lo riporta la ricerca "Socio-cultural and religious factors influencing menstrual hygiene management among schoolgirls in Tanzania: A literature survey" alla quale ha lavorato tra gli altri la dottoressa Yolanda Mbatia, bioinformatica presso il National Institute for MedicalResearch di Dar es Salaam che abbiamo incontrato e intervistato.

Le mestruazioni rappresentano un tabù non solo a livello sociale, ma anche all’interno delle famiglie. Molte ragazze hanno persino timore di raccontare alla propria madre di aver avuto il primo ciclo. Silenzi, distanze emotive, povertà, mancanza di tempo e di spazi intimi sono esperienze comuni tra le ragazze che abbiamo incontrato. Come Maria, che ha 15 anni e vive con la madre Kawaida di 36 e due fratelli più piccoli. Kawaida si alza tutte le mattine all’alba per andare a piedi a una fattoria dove compra verdure da vendere in giro. Nei giorni fortunati spende 5.000 scellini per guadagnarne 10.000 e in media al mese riesce a mettere insieme 35.000 scellini. Il padre di Maria è morto cinque anni fa ma anche quando era in vita per loro non era semplice tirare avanti. Dove abitano non hanno acqua corrente, la vanno a comprare da una casa vicina. Ogni secchio costa 100 scellini e loro ne consumano 10/12 al giorno. Quando ha avuto il ciclo per la prima volta Maria era spaventata, pensava che fosse qualcosa che accadeva solo a lei e si è confidata con la nonna. Sua madre dice che non sa che le mestruazioni le causano dolore perché non le racconta mai nulla. Maria non ha mai usato gli assorbenti. Usa dei tessuti ma a volte, a forza di lavarli, si consumano e non ha nulla da mettere e per questo sta a casa da scuola. Quando abbiamo raccontato a Kawaida dell’esistenza degli assorbenti riutilizzabili ha detto che non ne aveva mai sentito parlare ma che le piacerebbe vederli per capire come funzionano e che le piacerebbe che anche Maria potesse usarli.

Neila quando ha il ciclo sa che non può toccare il Corano perché andrebbe contro l’interpretazione che le hanno insegnato dell’Islam. Non può nemmeno andare alla Madrasa, tagliarsi le unghie o pettinarsi i capelli. Per lei il ciclo è peccato. Neila vive in una stanza con sua madre Ridhaa che per mantenerla compra cassava e noccioline al mercato per poi rivenderle in strada o alla stazione degli autobus. Ridhaa guadagna 8000 scellini al giorno ma da quando sua figlia ha le mestruazioni le compra sempre gli assorbenti - un pacco da dieci costa almeno 1500 scellini - perché sa che altrimenti, usando dei tessuti arrotolati, non si sentirebbe a suo agio. Il bagno che hanno a disposizione è condiviso con altre famiglie, spesso intasato e poco pulito. Quando a Neila è arrivato il primo ciclo, Ridhaa l’ha mandata a stare una settimana da una zia perché potesse abituarsi al cambiamento e prendere dimestichezza con i prodotti sanitari. Visto che abitano molto vicino a scuola ogni volta che le arriva il ciclo o si deve cambiare, Neila corre a casa e poi torna in classe. Come altre sue compagne Neila segue un programma che si chiama Dadas e che si può vedere anche su youtube nel quale trattano argomenti femminili. Non ha un telefono suo ma quando è a casa può usare quello di sua mamma. In questa immagine Neila e sua madre sono sedute sul divano nella loro camera. PreciousSeronga ha intrapreso la foto così: “Le radici di manioca disegnate con colori caldi e vivaci, in segno di amore materno. Le foglie di manioca sul soffitto a simboleggiare la protezione. I fiori che sbocciano e cadono su Neila rappresentano il sacrificio e l’amore di una madre che offre nuove opportunità alla sua bambina.”

Agnes, una ragazza iscritta al settimo grado della scuola primaria. Frequenta la scuola a Kawe e vive con la nonna perché il padre e la madre sono morti quando aveva sette anni a causa di una malattia. Assieme al fratello più piccolo di Agnes, vivono in una stanza con un solo letto e una zanzariera azzurra. Il bagno è esterno, condiviso con altre famiglie. Agnes non ha mai usato un assorbente perché i lavori saltuari e malpagati della nonna e della sorella maggiore (poco più di 2000 scellini al giorno) non bastano nemmeno a comprare del riso tutti i giorni. Usa dei pezzi di stoffa che poi lava con l’acqua che va a comprare da una vicina e che mette ad asciugare sotto altri indumenti, stando attenta a che non vengano visti dai vicini. Agnes l’anno prossimo lascerà la scuola perché anche il costo dell’uniforme per la sua famiglia è impossibile da sostenere.

A sinistra, Agnes appoggiata sulle gambe di sua sorella maggiore che le accarezza le tasta così come le altre mani disegnate da Annah Nkyalu a simboleggiare gli affetti più cari che non sono più presenti per confortarla e sostenerla.
A destra, il ritratto di una delle ragazze che frequenta un corso per parrucchiere al Bunju Center illustrata da Precious Seronga: “I suoi capelli sono peonie, simbolo di forza femminile, soprattutto per le madri single.”
Fatma ha 20 anni. Ha perso sua madre quando ne aveva solo otto e da allora ha vissuto con la famiglia della zia, subendo ogni tipo di abuso. “Mi legavano a un albero mentre mangiavano, e solo dopo mi liberavano: mangiavo gli avanzi”, racconta con voce ferma, senza mostrare emozioni. Ha avuto la sua prima mestruazione intorno ai 13 anni. All’epoca frequentava un ragazzo che le dava qualche soldo per comprare gli assorbenti. A 15 anni è rimasta incinta, ma il ragazzo, allora diciannovenne, è scomparso. Da quel momento, i parenti l’hanno esclusa e stigmatizzata: dicono ai loro figli di starle lontano, chiamandola “prostituta” e sostenendo che non possa insegnare nulla di buono. Fatma non è mai stata accudita, protetta o coccolata. Anche da bambina ha sempre lavorato, raccogliendo bottiglie di plastica da riciclare per guadagnare qualcosa. Oggi suo figlio ha cinque anni. È stato affidato a una zia che, dice Fatma, è alcolizzata, “ma quando non beve, è una brava persona”. Il bambino però non frequenta la scuola. Lei si sente comunque fortunata: è convinta che, un giorno, suo figlio potrà aiutarla. Al Banju Center, Fatma frequenta un corso di pasticceria. Quando lo avrà terminato, spera di poter iniziare a lavorare con alcune amiche che hanno già avviato piccoli negozi. Di sua madre conserva un ricordo preciso: le raccomandava sempre di rispettare gli anziani e di non odiare nessuno, nemmeno chi ti fa del male. “Perché quando qualcuno muore”, diceva, “non torna più indietro”.
Un gruppo di ragazze che vivono e studiano al Bunju Center ritratte nel loro dormitorio.

Queste tre foto rappresentano alcuni dei problemi igienico sanitari che le ragazze affrontano ogni giorno. Nella prima foto Neila che salta per evitare di bagnarsi le scarpe nell’acqua sporca che attraversa il quartiere nel quale abita. Nella seconda immagine le mani di Agnes che danno i soldi alla vicina in cambio di un secchio d’acqua interpretate da Annah Nkyalu. Nella terza immagine, lavorata da Liberatha Alibalio, uno dei bagni esterni alle case, spesso condivisi tra diverse famiglie, costruiti con materiali di scarto e riciclo.

Durante questo lavoro abbiamo incontrato molte donne attive e determinate, che ogni giorno si impegnano con passione nella ricerca, nella divulgazione e nella sensibilizzazione affinché la giustizia mestruale diventi una questione sociale, collettiva e davvero accessibile a tutte.

Tra loro, Yolanda Mbatia del National Institute for Medical Research di Dar es Salaam, già citata, e Shufaa Nassor, che attraverso il suo profilo Instagram seguito da oltre 16.000 persone, porta online il tema dell’igiene mestruale. Lo fa con coraggio, sfidando pregiudizi e critiche, e rendendo l’informazione fruibile anche per le più giovani.

I due ritratti fotografici sono invece dedicati a Floragivalanah Clement, fondatrice di Flowee, un marchio di assorbenti riutilizzabili che porta nelle scuole di tutta la Tanzania, contribuendo a diffondere consapevolezza sulla salute mestruale; e a Chelsee, fondatrice del Tanzanian Feminist Network, uno spazio aperto e sicuro dove gruppi e singole persone che si riconoscono nel femminismo intersezionale possono condividere idee, esperienze e sostenersi a vicenda.

L’ultima immagine vuole essere un messaggio di forza e speranza per tutte le ragazze che abbiamo incontrato — e per le milioni come loro che vivono in questo Paese — affinché possano alzarsi in piedi, guardare il mondo negli occhi e non abbassare mai più lo sguardo.


Nuru's Diary

Nuru’s Diary è un diario creato per sostenere le bambine tanzaniane nel delicato passaggio dall’infanzia all’adolescenza, offrendo loro uno spazio intimo dove esprimere pensieri, emozioni e scoperte quotidiane. Scritto in swahili per essere vicino e comprensibile, affronta con delicatezza il tema del menarca e dei cambiamenti fisici ed emotivi che lo accompagnano. 

Leggi il diario