L'educazione sessuale, affettiva e relazionale a scuola non è solo una questione di programmi o contenuti, ma di creare spazi in cui ragazze e ragazzi possano fare domande, confrontarsi e imparare senza paura del giudizio.
"La scuola può rappresentare uno spazio di inclusione o esclusione: quando non valorizza l'espressione individuale e il diritto all'errore, rischia di alimentare disconnessione e marginalità."
Sono le parole di Maria Lippiello, dell'Università "Federico II" di Napoli, raccolte durante la nostra ricerca Abitare i margini. Non sono lontani, solo fuori dal nostro sguardo. Uno spazio in cui si discutono le domande grandi della vita — l'affettività, le relazioni, il modo di stare insieme alle altre persone — non ha bisogno anzitutto di contenuti giusti, ma del diritto di sbagliare mentre li si affronta.
Chiamiamo questo tipo di spazio “spazio coraggioso”, e la scuola è probabilmente il modo più semplice per garantirlo a tutte e tutti: basterebbe riconoscerla come uno di questi luoghi, e dotarla di curricula strutturati e riconosciuti su educazione sessuale, affettiva e relazionale, invece di lasciarla, come accade oggi in Italia, alla buona volontà di singoli insegnanti o al caso.
Cosa intendiamo per educazione sessuale, affettiva e relazionale
Partiamo da una premessa che vale la pena ribadire, perché nel dibattito pubblico italiano tende spesso a passare in secondo piano: l'educazione sessuale, affettiva e relazionale non è un corso su come si fa sesso. Le Linee Guida Tecniche Internazionali pubblicate dall’UNESCO insieme a UNAIDS, UNFPA, UNICEF, UN Women e OMS la definiscono come un percorso scientificamente fondato, progressivo per età, che riguarda il corpo, le relazioni, il consenso, la salute, le emozioni, costruito per allenare competenze pratiche, come riconoscere un confine, negoziare, chiedere aiuto, comunicare un rifiuto, più che per trasmettere sole nozioni biologiche.
Non è nemmeno un invito all'attività sessuale precoce: la ricerca internazionale mostra con relativa consistenza che l'educazione sessuale comprensiva non anticipa l'inizio dei rapporti sessuali, anzi tende a ritardarlo e a renderlo più consapevole e protetto, mentre i programmi basati sulla sola astinenza non ottengono questo risultato. Non sostituisce il ruolo della famiglia, le stesse linee guida ne raccomandano il coinvolgimento come parte del percorso, non come alternativa. E non è un'imposizione ideologica: è un impianto costruito su evidenze scientifiche e diritti riconosciuti a livello internazionale, per quanto il modo in cui viene percepita in Italia resti - lo vedremo -un tema politicamente conteso.
Se questa educazione non riguarda principalmente la trasmissione di contenuti ma l'allenamento di competenze relazionali pratiche, allora la domanda che ci interessa davvero non è "cosa insegnare", ma in quale tipo di spazio queste competenze si costruiscono per davvero, ed è a questa domanda che vogliamo provare a rispondere, quando introduciamo l'idea di spazio coraggioso.
Un vuoto che l'Italia non colma da cinquant'anni
L'Italia è uno dei pochi Paesi europei, insieme a Bulgaria, Romania, Polonia, Lituania e Ungheria, a non prevedere percorsi obbligatori di educazione sessuale, affettiva e relazionale nelle scuole, mentre in Paesi come Svezia, Germania, Francia o Paesi Bassi questo tipo di educazione fa parte del curriculum scolastico fin dalla primaria. Non è una lacuna recente: dal 1975 a oggi sono stati presentati quasi venti disegni di legge sul tema, nessuno dei quali è mai arrivato a un'approvazione strutturale e organica dei percorsi scolastici, fino alla legge sul consenso informato di cui parliamo tra poco, che però regola l'accesso più che garantirlo.
Tra gennaio e febbraio 2025 abbiamo coinvolto oltre trecento studenti di ventisei scuole in tutta Italia in una consultazione dedicata, e i risultati restituiscono con precisione la distanza tra il bisogno dichiarato e l'offerta reale. Solo quattro giovani su cento dichiarano di ricevere le principali informazioni su questi temi a scuola, mentre quasi la metà si informa principalmente su internet, un canale che espone a contenuti non sempre affidabili e alimenta miti diffusi: quasi la metà delle persone intervistate crede ancora che l'acqua fredda possa bloccare le mestruazioni, quasi uno su quattro pensa che non si possa restare incinta durante il ciclo. Anche la conoscenza delle infezioni sessualmente trasmesse è disomogenea, con l'HIV conosciuto da quasi tutti ma appena un terzo che sa cosa sia la clamidia.
Il dato più importante, però, riguarda il consenso: il 95% sa definirlo correttamente come accordo libero e reciproco, ma più di un'adolescente su sette pensa che possa essere "implicito" in una relazione, e quasi il 12% non considera violenza la menzogna sull'uso del preservativo. Sapere definire il consenso, in altre parole, non equivale a saperlo riconoscere quando viene violato in modo sottile ed è precisamente in questa zona grigia, come vedremo, che uno spazio di ascolto reale può fare la differenza rispetto a un modulo informativo.
A questi numeri si affianca quanto raccontiamo nella nostra enCICLOpedia sulla povertà mestruale in Italia: una persona su sei non può permettersi prodotti mestruali, e quattro su dieci non sapevano cosa stesse accadendo al proprio corpo al momento della prima mestruazione. Anche la conoscenza più elementare di sé, in altre parole, resta una questione di reddito prima ancora che di scuola.
Quando la legge restringe lo spazio invece di aprirlo
Il 30 aprile 2025 il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha formalizzato, con una direttiva su proposta del ministro Giuseppe Valditara, l'obbligo del consenso scritto delle famiglie per qualsiasi attività scolastica che tocchi sessualità, affettività o identità di genere; a dicembre 2025 la Camera e a inizio 2026 il Senato hanno approvato in via definitiva il disegno di legge che struttura questo impianto, vietando qualsiasi attività specifica su sessualità e affettività nelle scuole dell'infanzia e primarie, e subordinando ogni attività alle medie e alle superiori, anche extracurricolare, a un'informativa dettagliata e a un consenso preventivo scritto delle famiglie, con percorso alternativo garantito per chi non acconsente.
Il governo ha presentato la norma come una restituzione di centralità educativa alle famiglie; le opposizioni e diverse realtà del Terzo Settore, noi comprese, l'hanno letta come un ulteriore indebolimento di un'educazione già scarsa e mai istituzionalizzata. Non ci interessa qui prendere posizione definitiva in quel dibattito, quanto registrarne l'effetto pratico: richiedere il consenso scritto rischia di trasformare l'educazione sessuale e affettiva in un privilegio anziché nel diritto che dovrebbe essere, perché chi vive in famiglie consapevoli e informate potrà accedervi, mentre chi cresce in contesti più rigidi o meno alfabetizzati rischia di restarne escluso proprio quando ne avrebbe più bisogno.
Un'informativa scritta da presentare sette giorni prima, un'autorizzazione formale da ottenere, una doppia delibera per ogni esperto esterno: sono, per definizione, l'opposto della continuità informale e della fiducia progressiva su cui si regge qualsiasi relazione educativa che voglia essere reale. Ed è proprio da qui che nasce l'esigenza di una lente diversa da quella con cui, di solito, si guarda a questi temi.
Spazi coraggiosi: una postura, non un contenuto
I dati che abbiamo appena raccontato dicono qualcosa che va oltre la sola mancanza di informazione. Non avere accesso a un'educazione sessuale, affettiva e relazionale non è solo un problema di vocabolario, come se bastasse dare alle persone le parole giuste: è un problema di spazio. Mancano i luoghi, le relazioni, le condizioni di continuità e di fiducia in cui quelle parole, anche quando le si conosce già, si possono davvero provare, sbagliare, riprendere in mano. Per questo abbiamo scelto di raccontare questo tema attraverso un concetto preciso, quello di brave space, coniato nel 2013 da Brian Arao e Kristi Clemens nell'ambito della pedagogia della facilitazione sociale, che qui traduciamo come spazio coraggioso.
Un safe space, uno spazio pensato come sicuro, protegge dal danno: riduce l'esposizione al giudizio, filtra i contenuti più difficili, tiene lontano tutto ciò che potrebbe ferire. Uno spazio coraggioso non nasce in opposizione a uno spazio sicuro: ne rappresenta piuttosto un'evoluzione, perché alla protezione dal danno aggiunge la possibilità di rischiare, di dire qualcosa di scomodo, di ammettere di non sapere, di confliggere con un pari senza che il conflitto venga letto come fallimento della relazione, di fare una domanda sbagliata o imbarazzante senza essere subito ridotti a una categoria. Non elimina il disagio della conversazione, ma lo rende sostenibile, perché costruito su una fiducia continuativa e non su un'iniziativa isolata. La differenza non è di grado ma di natura: un safe space misura il proprio successo nell'assenza di danno, uno spazio coraggioso lo misura nella capacità delle persone che lo abitano di restare dentro una conversazione difficile.
Proviamo a immaginare una situazione concreta, di quelle che capitano davvero nei nostri laboratori con le scuole. A un gruppo di sedicenni viene mostrato lo screenshot di una chat: un ragazzo scrive più volte "dai, solo una foto" a una ragazza che ha già detto di no, finché lei gliela manda. In uno spazio pensato come "sicuro", chi conduce l'incontro tende a chiudere subito la discussione con una frase corretta e condivisibile (come, ad esempio, "il consenso va sempre rispettato") per evitare che la conversazione scivoli verso il giudizio sulla ragazza. In uno spazio coraggioso, quella frase resta il punto di partenza della discussione, non la sua conclusione già scritta: si lascia che il gruppo ne discuta apertamente, anche quando qualcuno prova a minimizzare, finché non emerge con chiarezza, costruito insieme, non semplicemente dettato dall'alto, un punto fermo: un sì ottenuto insistendo dopo un no, non è un sì libero. È proprio il percorso che porta il gruppo a questa conclusione, invece del sentirsela dire e basta, ad allenare la capacità di riconoscere lo stesso schema, la prossima volta, in una conversazione reale, ed è per questo che consideriamo lo spazio coraggioso, prima ancora che un metodo pedagogico, un'infrastruttura di prevenzione della violenza.
Adultismo: quando le domande scomode diventano un problema da correggere
La tentazione di chiudere subito una discussione scomoda con la frase corretta, di cui abbiamo appena parlato a proposito dello screenshot, ha un nome preciso. Nella nostra ricerca e nel nostro lavoro lo chiamiamo adultismo: una società organizzata secondo logiche adultocentriche, che tende a percepire bambini e adolescenti come "inermi" o "non competenti", limitando il riconoscimento della loro capacità di scegliere e di capire da sé cosa gli serva. È lo stesso meccanismo che, di fronte a una domanda o a un dubbio difficile, spinge a liquidarli in fretta invece di restarci dentro: si stabilisce "il momento giusto" per parlarne senza mai chiedere ai ragazzi e alle ragazze quando loro stessi sentano di averne bisogno, e le domande più scomode vengono spesso rimandate con un "ne parliamo quando sei più grande" che finisce per significare che non se ne parlerà affatto.
Capita spesso, per esempio, che durante una lezione di scienze sulla riproduzione qualcuno faccia una domanda apparentemente fuori tema ("ma se due persone si baciano con la lingua possono prendere delle malattie?") e che chi insegna, colto alla sprovvista, risponda con un "non è questo l'argomento di oggi" per poi tornare rapidamente al programma. Non è quasi mai cattiveria, ma impreparazione a gestire una domanda arrivata nel momento sbagliato; per chi l'ha fatta, però, il messaggio che arriva è che quella curiosità fosse fuori posto, e la volta successiva probabilmente non la farà più a una persona adulta, ma proverà a cercare risposte altrove, da sola o da solo.
Quando le domande e i comportamenti dei e delle più giovani non trovano uno spazio in cui essere accolti, tendiamo a leggerli attraverso due registri che sembrano opposti ma condividono la stessa radice: la patologizzazione, che trasforma una curiosità o un comportamento normali in un sintomo da correggere con l'intervento di uno specialista, e la criminalizzazione, che li trasforma invece in una trasgressione da sanzionare, un rischio, come raccontiamo in altri nostri approfondimenti, particolarmente concreto nei territori già segnati da marginalità, dove il sospetto verso i più giovani pesa più che altrove. In entrambi i casi, è un adulto a decidere in anticipo cosa sia normale e cosa non lo sia, trattando ciò che esce da quel confine come un problema da gestire invece che come un segnale da ascoltare.
Uno spazio coraggioso è, in questo senso, esattamente il luogo che l'adultismo tende a impedire: un luogo dove la curiosità, il dubbio e persino la rabbia possono essere nominati senza che questo comprometta il diritto di essere ascoltati, invece di venire immediatamente incasellati come sintomo o come colpa.
Perché la scuola resta il luogo migliore per garantirlo a tutte e tutti
Il diritto all'errore è esattamente ciò che manca, oggi, a chi cresce in Italia senza un percorso strutturato di educazione sessuale, affettiva e relazionale. Non un corso in più tra i tanti, ma un curriculum riconosciuto e continuativo, costruito attorno alla possibilità di fare domande, confliggere, sbagliare, perché è così, e non con un modulo informativo isolato, che si allenano competenze destinate a restare per tutta la vita.
I luoghi in cui è permesso discutere le domande grandi della vita senza essere subito giudicati non sono distribuiti allo stesso modo per tutte le persone, esattamente come i servizi, i quartieri e le opportunità. Un centro di quartiere, un'associazione, uno spazio informale possono essere spazi coraggiosi preziosi, ma richiedono che qualcuno (un genitore, un’insegnante, la persona stessa) sappia già che esistono e riesca a raggiungerli.
La scuola è, per confronto, l'unico luogo per cui passano quasi tutte le ragazze e i ragazzi, a prescindere dalla famiglia in cui sono nati, dal quartiere in cui vivono, dalle risorse a cui hanno accesso: è per questo che un curriculum riconosciuto lì dentro raggiungerebbe proprio chi, come abbiamo visto a proposito del consenso informato, rischia oggi di restarne escluso, non perché non ci siano alternative, ma perché la scuola è l'unica di queste alternative che non richiede di sapere già dove cercare.

