Come si intrecciano cambiamento climatico, agricoltura, turismo e giustizia sociale in un Paese come la Tanzania, responsabile di appena lo 0,02% delle emissioni storiche globali di CO₂? E come costruire alleanze significative con le comunità che ogni giorno affrontano queste sfide?
Per cercare risposte a queste domande, dieci giovani professioniste, professionisti, attiviste e attivisti provenienti da Italia, Romania e Germania hanno partecipato allo Youth Exchange Trip in Tanzania, realizzato nell'ambito dei progetti Rebooting the Food System, cofinanziato dal programma DEAR dell'Unione Europea, e GRASS – Giovani in Rete per un'Agricoltura Sostenibile e Solidale, sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Dal 14 al 23 settembre 2026, da Dar es Salaam alle isole di Pemba e Unguja, il viaggio ha offerto l'opportunità di incontrare studentesse e studenti, ricercatrici e ricercatori, agricoltrici e agricoltori, organizzazioni locali e persone impegnate nella tutela della biodiversità, nella difesa della sovranità alimentare e nella lotta alla crisi climatica.
Obiettivo del viaggio: creare occasioni di ascolto, confronto e apprendimento reciproco per riflettere sulle connessioni tra crisi climatica, sistemi alimentari e giustizia sociale. Dalle pratiche agroecologiche alle opportunità di advocacy internazionale, lo scambio ha confermato l'importanza di costruire reti internazionali, valorizzare conoscenze e competenze esistenti e rafforzare percorsi di partecipazione condivisi e decoloniali.
Voci e sguardi condivisi dal viaggio di scambio a cura della partecipante Francesca Rallo.
Il nostro primo impatto con la Tanzania è stato il frastuono travolgente di Dar es Salaam: la città più popolosa e caotica del Paese, dove le distanze si misurano nelle ore trascorse nel traffico tra automobili, camion e dala dala. Lì, immersi in quella vitalità disordinata e complessa, è iniziato il nostro viaggio.
Nei primi tragitti, osservando la città scorrere oltre i vetri del nostro pulmino, abbiamo condiviso la netta sensazione di essere sospesi tra due realtà: da una parte le nostre sicurezze e le abitudini europee, dall'altra una quotidianità densa, materiale e vibrante. Era chiaro che per capire davvero cosa significasse la crisi climatica in questa parte di mondo dovevamo scendere dal nostro van, uscire dalla nostra bolla e metterci in ascolto e in discussione.
Dar es Salaam: inquadrare il contesto
Il nostro primo approdo collettivo è stato all'Ardhi University, l’Università della Terra, punto di riferimento per gli studi sulla terra e la pianificazione del territorio. Seduti in cerchio con quindici studenti e studentesse universitari e quindici giovani attivisti/e tanzaniani, abbiamo iniziato a fare i conti con la realtà strutturale del Paese. In Tanzania quasi 7 persone su 10 lavorano in agricoltura, eppure il riscaldamento globale potrebbe rallentare la crescita economica del Paese fino al 4% entro il 2050, mettendo a rischio colture essenziali come mais, fagioli e riso (dati World Bank, 2024). Parlando con i nostri coetanei è emerso con chiarezza quanto la vulnerabilità sia legata a doppio filo alle infrastrutture: gran parte del cibo si perde prima ancora di arrivare a tavola, a causa della mancanza di celle frigorifere e di una rete di trasporti affidata spesso a motocicli di fortuna lungo piste dissestate.
Ma più delle cifre, a scuoterci è stata la lucidità politica delle persone, giovani o giovanissime, che avevamo di fronte. Abbiamo ascoltato la passione del medico Ally P. Omary, impegnato con la piattaforma AfyaKweli a combattere le fake news sanitarie traducendo informazioni scientifiche direttamente in lingua swahili. Abbiamo scoperto la determinazione di Agness Liundi con Pulse Network, attiva nell'organizzazione della conferenza climatica giovanile locale, l'impegno di Lidia Stahili Bimbiga nel recupero dei rifiuti elettronici per la salute comunitaria e la visione di Lizbeth Leonard Barnaba, studentessa di scienze ambientali. In quell'aula abbiamo toccato con mano una verità fondamentale: le giovani generazioni in Tanzania non sono vittime passive dell'emergenza ecologica, ma leader capaci di elaborare risposte concrete. Ciò che è emerso da entrambe le parti è che a mancare non sono le idee o le competenze, ma l'accesso sistematico per i giovani alle risorse e ai tavoli decisionali.
L’isola di Pemba: la natura incontaminata e la vulnerabilità di Zanzibar
Lasciata la terraferma, il nostro viaggio è proseguito verso Pemba, l'isola verde dell'arcipelago di Zanzibar. Qui il confronto con il paesaggio ci ha messi davanti a un'altra ferita aperta: la deforestazione. Nel solo 2025 la Tanzania ha perso circa 250.000 ettari di foresta naturale, un ritmo drammatico che equivale a vedere sparire un campo da calcio ogni novanta secondi. Un fenomeno guidato principalmente dall'espansione agricola non sostenibile e dalla dipendenza energetica di oltre l'80% delle famiglie locali da legna e carbonella per cucinare. Camminando tra gli alberi monumentali della foresta primaria di Ngezi insieme allo staff dell'ONG Oikos, partner di WeWorld in questo viaggio, abbiamo compreso come la tutela della biodiversità non sia un lusso ecologico, ma il baluardo indispensabile per garantire la stabilità del clima e la sopravvivenza stessa delle coltivazioni.
A Wete, tra le aule del Daya Vocational Training Institute, abbiamo incontrato agricoltori, commercianti e docenti per parlare di sovranità alimentare. Nelle loro parole ricorreva una preoccupazione costante: l'avanzata delle sementi ibride importate, che rischiano di creare legami di dipendenza economica e cancellare le varietà autoctone più resistenti. La risposta a questa minaccia l'abbiamo trovata poco distante, visitando due esperienze straordinarie di resistenza quotidiana. Alla Ambasha Boarding School abbiamo visto come un'insegnante, Asha Omar Said, coordini insieme all'Environmental Club della scuola oltre trenta acri di terreno dove gli allievi piantano alberi da frutto e producono compost naturale, imparando fin da piccoli a rigenerare la terra. Poco più in là, abbiamo camminato tra i campi di Mzee Mussa Khamis Juma, un contadino che con incredibile tenacia è riuscito ad applicare le tecniche della permacultura su un terreno ostile fatto di roccia corallina, trasformando il proprio podere in una scuola a cielo aperto per l'intera comunità.
In quei campi abbiamo capito che la conoscenza più profonda non si trova nei manuali teorici, ma nell'esperienza viva di chi lavora la terra ogni giorno. Ascoltando i contadini raccontare con precisione assoluta le variazioni delle piogge e le risposte del suolo, ci ha mostrato quanto sia importante uscire fuori dalle aule e dalle istituzioni, parlare con le persone e toccare la terra. Vedere dal vivo semplici canali di scolo scavati a mano per deviare le alluvioni e pozzi comunitari per superare i mesi di siccità ci ha fatto comprendere che ogni risposta alla crisi deve nascere dai bisogni reali di chi abita i territori. È una consapevolezza che riguarda da vicino anche la vita delle donne rurali dell'isola: sono loro a sobbarcarsi il carico invisibile di camminare per chilometri alla ricerca di acqua potabile e a gestire la scarsità di cibo nutriente quando i prezzi salgono, dimostrando come la giustizia climatica sia inseparabile dalla giustizia sociale e di genere.
L’isola di Unguja e il ritorno a Dar: riflessioni sul passato e sul futuro
La successiva tappa a Unguja, l'isola maggiore di Zanzibar, ci ha portati a riflettere sul turismo di massa che minaccia l’arcipelago e sulla storia coloniale del territorio. Al Mangrove Lodge di Chuini abbiamo visto come il turismo sostenibile possa proteggere le preziose foreste di mangrovie, le persone che le abitano, e valorizzare conoscenze locali, come la cucina tipica a base di spezie. Poi, attraversando le vie di Stone Town fino all'antico mercato degli schiavi, il gruppo è piombato in un silenzio carico di rispetto. Confrontarsi con la memoria di quel luogo è stato un momento imprescindibile: non si può parlare di filiere alimentari globali e cooperazione internazionale senza fare i conti con l'eredità storica dello sfruttamento coloniale. Qualsiasi alleanza climatica internazionale fra giovani deve basarsi su relazioni orizzontali, spogliate di ogni forma di paternalismo.
Gli ultimi giorni a Dar es Salaam ci hanno visti riuniti al Nafasi Art Space, un vibrante centro culturale indipendente dove l'arte visiva diventa strumento di emancipazione e libertà d'espressione. È stato il momento in cui è emersa anche tutta la stanchezza fisica ed emotiva accumulata: i chilometri percorsi, il susseguirsi serrato di incontri e la mole di testimonianze raccolte ci hanno permesso di osservare e vivere la complessità di tre contesti molto diversi tra loro, ma per metabolizzare esperienze così intense servono cura, tempo e momenti di pausa informale per conoscersi sul piano umano.
Da quel laboratorio finale è nata la nostra eredità condivisa per il futuro. Ci siamo impegnati a costruire una piattaforma digitale comune per scambiare buone pratiche agroecologiche tra le nostre organizzazioni, a portare le voci raccolte direttamente alle istituzioni europee attraverso raccomandazioni di policy e a raccontare queste storie attraverso campagne di sensibilizzazione e articoli divulgativi. L’ultimo giorno a Dar abbiamo fissato una data per ritrovarci online, aggiornarci su quanto abbiamo elaborato e verificare insieme i passi compiuti.
Torniamo da questo viaggio con la convinzione profonda che trasformare i sistemi alimentari non sia una formula astratta, ma un cammino collettivo fatto di relazioni autentiche e solidarietà. Le sfide climatiche che abbiamo davanti sono immense e non concedono scorciatoie, ma la determinazione delle persone incontrate a Dar es Salaam, tra studentesse, studenti e professionisti, la saggezza delle comunità agricole di Pemba e la forza di chi difende la propria terra ci hanno dimostrato che il cambiamento è già in atto. La strada è aperta, e tocca a noi continuare a percorrerla insieme.

Il programma è stato realizzato in collaborazione con WeWorld Tanzania e con numerose realtà partner. Gli scambi hanno coinvolto la comunità accademica della ARDHI University, giovani attiviste e attivisti impegnati nel progetto WORLD – Our World, Our Planet, scuole e organizzazioni partner del progetto Kijani Pemba, le comunità agricole sostenute dall'associazione ZAMEDO e dal progetto MUKI, realizzato con il supporto del World Food Forum, oltre a realtà impegnate nella promozione del turismo sostenibile come il Mangrove Lodge di Chuini.
Un'esperienza che si inserisce nell'impegno di WeWorld per promuovere la partecipazione giovanile e sostenere percorsi di cambiamento sociale e ambientale, dai territori ai contesti internazionali, mettendo in dialogo comunità e giovani provenienti da contesti diversi.
Scopri di più sullo Youth Exchange Trip in Tanzania ascoltando la puntata speciale del podcast News dal Pianeta Terra x WeWorld, prodotto da LifeGate e condotto da Giovanni Mori!






