2026

Mettere la pace al centro: il nostro nuovo report sulla costruzione della pace negli interventi umanitari e sviluppo

Che cosa vuol dire davvero “costruire la pace”? I dati, i progetti e le testimonianze raccolti nella nostra ricerca ci ricordano che la pace non è un punto d’arrivo: si costruisce ogni giorno, insieme alle comunità, con relazioni solide e ascolto reciproco.

Le persone ai margini sono al centro delle crisi globali

In un mondo segnato da fragilità, conflitti e crisi che si protraggono nel tempo, la parola pace rischia spesso di perdere significato, come se fosse un obiettivo lontano, da considerare solo dopo le emergenze. Questa visione porta però a interventi calati dall’alto, che non rispondono ai bisogni reali delle comunità che affrontano le crisi ogni giorno.

In realtà, la pace non è un traguardo da raggiungere né un risultato finale: è una pratica quotidiana che richiede tempo, collaborazione e un lavoro costante sulle relazioni, perché cambiamenti duraturi nascono solo dove ci sono fiducia reciproca, legami sociali forti e istituzioni capaci di ascoltare e rispondere.

Per questo, oltre agli obiettivi degli interventi, è fondamentale guardare alle persone coinvolte. Le più colpite dalle crisi sono spesso donne, bambine, bambini e persone giovani: rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale e, come mostrano la nostra esperienza e studi come la serie Her Future at Risk (che riportano esempi da Afghanistan e Ucraina), vivono una vera “crisi nella crisi”. Sono le prime a essere escluse, a perdere l’accesso ai servizi essenziali e a ritrovarsi in contesti in cui la loro voce rimane inascoltata, mentre le risorse diventano sempre più scarse.

I dati globali mostrano chiaramente l’urgenza di agire:

  • Nel 2024 i conflitti armati attivi tra Stati sono saliti a 61, con quasi 160.000 vittime di violenza organizzata e un forte aumento degli attacchi contro i civili (Uppsala Conflict Data Program, 2025).
  • Allo stesso tempo, la Banca Mondiale prevede che entro il 2030 la maggior parte delle persone in povertà estrema vivrà in aree fragili o colpite da conflitti, e che oggi la violenza armata pesa sull’economia globale per circa l’11,6% del PIL.

In questo contesto, la partecipazione di donne, bambine, bambini e giovani – in linea con le agende internazionali Donne, Pace e Sicurezza (WPS) e Giovani, Pace e Sicurezza (YPS), che promuovono il loro coinvolgimento nei processi di pace e nelle decisioni pubbliche – è un elemento centrale per rendere gli interventi più efficaci e sostenibili. Donne, bambine, bambini e giovani, infatti, non sono solo tra i gruppi più colpiti dalle crisi, ma anche attori chiave nei processi di cambiamento, capaci di contribuire alla costruzione della pace nelle loro comunità.

L’ultima ricerca di WeWorld per parlare di pace

Di questo e molto altro parliamo nella nostra ultima ricerca, “The ‘P’ in Practice: Field Evidence on Operationalising Conflict Sensitivity, WPS and YPS across the HDP Nexus”, che esplora come integrare in modo efficace la dimensione della pace negli interventi umanitari e di sviluppo.  La ricerca si ispira all’approccio del cosiddetto Nexus Umanitario–Sviluppo–Pace, un modo di lavorare che mette in relazione tre ambiti spesso distinti: la risposta alle emergenze, gli interventi di sviluppo e le iniziative per la costruzione della pace. L’idea è che questi tre livelli non vadano affrontati separatamente, ma in modo coordinato, così da ridurre bisogni, rischi e vulnerabilità nel lungo periodo e rafforzare le capacità delle comunità locali di affrontare le sfide. In questo senso, la pace non è qualcosa da considerare solo in una fase successiva, ma un elemento da integrare fin dall’inizio, insieme agli interventi umanitari e di sviluppo.

Cinque dimensioni per rendere la pace parte di ogni intervento

Per noi di WeWorld, la pace non è solo l’assenza di conflitti armati, ma una condizione concreta che permette alle persone di vivere con dignità, accedere ai propri diritti e gestire le tensioni senza ricorrere alla violenza. È qualcosa che si costruisce nelle relazioni, attraverso istituzioni eque, partecipazione inclusiva e legami sociali solidi, che insieme contribuiscono a stabilità, capacità di adattamento e benessere.

Nel nostro lavoro, ci sono cinque pilastri che guidano il modo in cui collaboriamo con le comunità per sostenere questi processi.

  1. Partire dalla vita quotidiana delle persone. Il primo riguarda la vita quotidiana delle persone: significa partire dai bisogni reali, ascoltare le comunità e costruire interventi accessibili e inclusivi, che tengano conto delle diverse esperienze e condizioni.
  2. Comprendere e adattarsi ai contesti locali. Il secondo pilastro riguarda le relazioni e i contesti locali: lavoriamo con attenzione alle dinamiche esistenti, aggiornando continuamente le nostre analisi e cercando di ridurre eventuali effetti negativi, adattando gli interventi in base a ciò che osserviamo e impariamo sul campo.
  3. Rafforzare leadership e governance locali. Il terzo pilastro è la governance: riconosciamo il ruolo delle leadership locali e lavoriamo insieme agli attori del territorio, rafforzando competenze e sostenendo iniziative già presenti o sviluppate dalle comunità stesse.
  4. Favorire dialogo, fiducia e relazioni più eque. Il quarto pilastro riguarda i cambiamenti più strutturali: creiamo e supportiamo spazi di dialogo in cui le persone possano confrontarsi, costruire fiducia, riconoscere problemi comuni e promuovere relazioni più eque, anche in termini di genere e tra generazioni.
  5. Garantire impatto duraturo e autonomia.  Infine, il quinto pilastro riguarda la sostenibilità nel tempo: ogni intervento è pensato per contribuire a rafforzare le comunità, evitando di generare dipendenze o nuove fragilità, e favorendo la loro capacità di affrontare le sfide in autonomia.

Donne, pace e sicurezza: perché serve un approccio trasformativo di genere

Dalla nostra ricerca emerge che le disuguaglianze di genere hanno un impatto concreto sulla vita delle persone e delle comunità. Per questo lavoriamo su interventi che non si limitano ai bisogni immediati, ma cercano anche di affrontare le norme sociali e le pratiche che limitano autonomia, sicurezza e partecipazione di donne, ragazze, ragazzi e uomini.

Queste norme influenzano, ad esempio:

  • chi ha accesso alle risorse
  • chi prende decisioni
  • chi è più esposto a situazioni di violenza

Intervenire su questi aspetti significa agire anche su alcune delle cause profonde dei conflitti.

Integrare questa attenzione nel Nexus Umanitario–Sviluppo–Pace vuol dire adottare pratiche che rendano gli interventi più equi e sicuri.

Nelle emergenze:

  • organizzare la distribuzione degli aiuti in orari e luoghi accessibili
  • prevedere strumenti di ascolto per intercettare bisogni e rischi specifici

Nei programmi di sviluppo:

  • sostenere la partecipazione delle donne nei processi decisionali
  • promuovere formazione per rafforzare competenze e autonomia economica
  • migliorare l’accesso a servizi inclusivi

Nei processi di costruzione della pace:

  • creare spazi di dialogo e mediazione per donne e ragazze
  • valorizzare il loro ruolo nella leadership comunitaria
  • favorire la loro partecipazione ai processi decisionali

Agire su questi aspetti permette di collegare risposta umanitaria, sviluppo e costruzione della pace, intervenendo sia sugli effetti sia sulle cause delle disuguaglianze.

Giovani, pace e sicurezza: costruire il futuro insieme alle nuove generazioni

La partecipazione attiva di bambine, bambini e giovani è fondamentale per rendere gli interventi inclusivi e capaci di generare cambiamento. Per WeWorld significa coinvolgerli in modo significativo in tutte le fasi dei progetti, riconoscendo il loro diritto al futuro e la loro capacità di contribuire alle decisioni che li riguardano.

Nelle emergenze:

  • progettare interventi in linea con le priorità dei giovani
  • rafforzare i sistemi di protezione
  • coinvolgere ragazze e ragazzi nella pianificazione e nel coordinamento comunitario

Nei programmi di sviluppo:

  • promuovere la partecipazione dei giovani alla vita pubblica
  • sostenere accesso a istruzione, lavoro e governance locale
  • rafforzare competenze per incidere sulle decisioni

Nei processi di costruzione della pace:

  • sostenere iniziative di dialogo e mediazione guidate da giovani
  • rafforzare la fiducia tra generazioni
  • promuovere pratiche basate su cooperazione e gestione non violenta dei conflitti

In questo modo, la partecipazione diventa un motore di cambiamento e contribuisce a costruire comunità più sicure, inclusive e resilienti.

Le esperienze dai nostri progetti nel mondo

Nella ricerca questi principi vengono osservati nella pratica attraverso l’analisi di progetti in contesti diversi. Le esperienze raccolte dal campo mostrano come approcci alla pace, alla partecipazione giovanile e alla parità di genere si traducano nella realtà quotidiana, restituendo storie, sfide e cambiamenti nelle comunità coinvolte.

Benin

In Benin, il progetto MEDIA-B ha lavorato con giornaliste e giornalisti per promuovere un’informazione più attenta ai temi di genere e ai conflitti. Allo stesso tempo ha coinvolto gruppi giovanili e femminili in attività che favoriscono il dialogo, il pensiero critico e la partecipazione alla vita civica. Oltre alla formazione, molte e molti giovani hanno sviluppato competenze di media literacy e comunicazione sicura. Sono stati inoltre creati gruppi comunitari che offrono spazi di confronto e aiutano a gestire in modo pacifico eventuali tensioni.

Un risultato significativo è stato l’aggiornamento del Codice Etico dei media, sviluppato insieme ai professionisti dell’informazione per promuovere standard più responsabili e adatti al contesto locale. Grazie alla collaborazione con le radio comunitarie e ai Comitati di Comunicazione Comunitaria — gruppi di cittadini e cittadine che monitorano le informazioni e contribuiscono a contrastare contenuti dannosi — MEDIA-B ha contribuito a ridurre le tensioni, rafforzare la fiducia tra comunità e istituzioni e rendere più trasparenti e affidabili i canali di informazione.

“Durante gli incontri di formazione abbiamo lavorato molto sulle definizioni di incitamento alla violenza e hate speech, ma anche su cosa sono disinformazione, misinformazione e malinformazione. L’obiettivo era aiutare le persone a riconoscere chiaramente questi fenomeni: quando li subiamo e quando, magari senza rendercene conto, li riproduciamo noi stessi a causa degli stereotipi radicati nella nostra cultura. Abbiamo dedicato molta attenzione anche al modo in cui comunichiamo le questioni di genere. Quando tutti capiscono quali errori facciamo più spesso — spesso in automatico — diventa più semplice comprendere anche le idee e i pregiudizi degli altri. E capire chi è diverso da noi è il primo passo per costruire accoglienza e, quindi, un ambiente più pacifico.” – Andrea Malnati, Project Manager per l’Osservatorio di Pavia (partner di WeWorld nel progetto Média-B)

Italia

Anche nei paesi ad alto reddito la partecipazione non è scontata e resta una sfida importante. In Italia, il Programma di WeWorld dedicato alla Partecipazione Giovanile ha accompagnato ragazze e ragazzi spesso poco rappresentati a farsi spazio nei processi decisionali locali, nazionali ed europei, dimostrando che i temi legati a donne e giovani contano ovunque.

Per farlo, il programma usa linguaggi e strumenti vicini alle persone giovani, tra cui teatro, storytelling e podcast, che aiutano a parlare di temi complessi in modo semplice e coinvolgente. A questi si affiancano percorsi di partecipazione che partono dal dialogo nelle città e arrivano fino alle istituzioni europee, grazie a una rete ampia che mette insieme scuole, associazioni, comuni, università e realtà culturali. Anche il digitale gioca un ruolo chiave, perché permette a giovani di territori diversi di confrontarsi e collaborare, superando distanze geografiche ed economiche.

Nel tempo, questo lavoro ha coinvolto decine di migliaia di giovani, formato insegnanti e operatori su cittadinanza globale, giustizia climatica e parità di genere, e contribuito alla nascita di reti giovanili attive anche oltre i confini nazionali. Un percorso che aiuta le e i giovani non solo a capire meglio il mondo, ma soprattutto a diventare protagoniste e protagonisti dei cambiamenti che vogliono vedere.

“Mi sono sentita ascoltata, e sinceramente non me l’aspettavo. Sono rimasta sorpresa dall’attenzione dei membri del Parlamento Europeo, perché pensavo di trovare un po’ di indifferenza — come quando provi a parlare con un adulto nella vita di tutti i giorni. Invece sono stati sempre attivi e interessati, e questo l’ho davvero apprezzato.” — Partecipante al progetto My Participation Revolution

“La Chiacchierata Attivista durante la formazione è stata davvero stimolante. Ho avuto la possibilità di parlare direttamente con rappresentanti della pubblica amministrazione locale e della politica che ogni giorno lavorano sui processi partecipativi. Da una parte ci sono modelli e procedure; dall’altra, c’è un’ondata sempre più forte — soprattutto tra i giovani — di attivismo per la giustizia sociale e climatica. Molti vedono il cambiamento climatico come qualcosa che riguarda in modo diretto il loro futuro, la giustizia tra generazioni, l’ambiente, l’economia e perfino il lavoro. Questo apre domande importanti su come collegare mezzi e obiettivi, politica e amministrazione, decisori e cittadini. E mostra anche come una buona partecipazione possa aiutare a ricostruire fiducia e a prendere decisioni più equilibrate, davvero orientate al bene comune.” — Partecipante alla seconda edizione del progetto Be A Change Maker

Libano

In Libano, il progetto Power of Youth ha aperto spazi dove giovani — comprese persone rifugiate — e donne possono incontrarsi, conoscersi e far sentire la propria voce. Attraverso l’arte, la creatività e il racconto delle proprie esperienze, il progetto aiuta a creare dialoghi tra comunità e generazioni diverse, in un contesto segnato da forti divisioni.

Le e i giovani sono centrali in questo percorso: sono loro a pensare e realizzare le attività, con il supporto necessario per trasformare le idee in azioni concrete nelle loro comunità. Un’attenzione speciale è dedicata alle giovani donne e ai gruppi più marginalizzati, per garantire spazi davvero inclusivi e sicuri.

Già nei primi mesi, Power of Youth ha rafforzato i legami tra organizzazioni giovanili a Beirut e Tripoli, aumentato la partecipazione delle giovani donne e creato nuove occasioni di confronto tra comunità e istituzioni locali. I contenuti culturali prodotti dalle e dai giovani hanno inoltre contribuito a contrastare messaggi dannosi e divisivi. Anche se il progetto è agli inizi, sta già mostrando come costruire ponti di dialogo e fiducia possa fare la differenza, rafforzando la coesione sociale e aprendo nuove possibilità di cambiamento.

“Nel contesto libanese, che è molto frammentato e fortemente politicizzato, credibilità e neutralità sono fondamentali. Per questo è indispensabile adottare un approccio sensibile al conflitto, inclusivo e trasparente: solo così si possono ridurre le percezioni di disuguaglianza e rafforzare la fiducia.” — Valeria Ongaro, Coordinatrice del Progetto Power of Youth

“Quando i costi dell’energia sono aumentati, i piccoli agricoltori di Akkar hanno smesso di competere per le poche risorse disponibili e hanno iniziato a organizzarsi in gruppi comunitari per condividere l’energia solare. Questi gruppi hanno riunito proprietari terrieri libanesi, lavoratori siriani e giovani della zona per gestire insieme l’irrigazione e i punti energia. Concentrandosi sul problema strutturale della povertà energetica, sono riusciti a superare le tensioni settarie e nazionaliste che spesso vengono alimentate da attori politici per dividere le comunità.” — Layal Boustany, Direttrice esecutiva di Mada Association

Mozambico

In Mozambico, il Northern Crisis Recovery Project (NCRP) ha lavorato per rafforzare i Comitati di pace e le reti di volontariato, coinvolgendo in prima persona donne e giovani nella prevenzione dei conflitti. Il progetto nasce e cresce dentro le comunità, e utilizza linguaggi semplici e accessibili — come teatro, musica e sport — per parlare di pace, creare occasioni di incontro e far partecipare anche chi di solito resta ai margini.

Giovani e donne hanno assunto un ruolo centrale, guidando attività culturali, facilitando momenti di dialogo e contribuendo direttamente alle decisioni prese dai Comitati. Allo stesso tempo, il progetto ha riaperto il dialogo tra generazioni, creando spazi in cui giovani e anziani possono lavorare insieme, condividere esperienze e superare vecchie divisioni.

Questo approccio ha rafforzato i legami tra comunità ospitanti e persone sfollate, migliorando la collaborazione e la capacità di affrontare le tensioni in modo pacifico. Un lavoro che parte dal basso e che lascia alle comunità strumenti, relazioni e fiducia per continuare a costruire pace anche oltre la durata del progetto.

“Le strutture di pace guidate dalle comunità, l’analisi partecipata dei conflitti e gli approcci trasformativi rivolti a giovani e donne, insieme ai metodi culturali e artistici, si sono rivelati flessibili, facilmente adattabili, sostenibili e davvero efficaci nel costruire fiducia e coesione sociale in contesti molto diversi. Allo stesso tempo, il progetto ha dovuto affrontare varie sfide: lavorare in ambienti instabili, mantenere alta la partecipazione nonostante l’insicurezza e gestire aspettative differenti. Tutto questo ci ha mostrato quanto siano importanti una pianificazione adattiva, la flessibilità e un forte coinvolgimento degli attori locali. La lezione principale è che serve un’analisi continua del contesto, una gestione capace di adattarsi e investire nelle relazioni come vero e proprio valore strategico.” — Aneta Jelinkova, Rappresentante Paese per WeWorld in Mozambico

“Nella nostra comunità povertà, scarsi servizi e conflitti legati alla terra o alla famiglia colpiscono tutti, ma i giovani e le donne sono quelli che ne risentono di più. I giovani devono affrontare un’alta disoccupazione e pochissime opportunità, mentre donne e bambini sono spesso esposti alla violenza domestica. WeWorld ci ha aiutato creando spazi sicuri di dialogo, formando giovani e donne alla leadership e promuovendo attività culturali e sportive che riuniscono le persone.” — Raibo Chafim, Government Focal Point del Distretto di Chiúre

Swahili Coast

Sempre in Africa orientale, lungo la Swahili Coast tra Kenya, Tanzania e Mozambico, il progetto Kujenga Amani Pamoja (KAP) ha dato spazio a giovani donne e uomini come parte attiva della costruzione della pace. Attraverso mediazione, attività artistiche e iniziative di cittadinanza attiva, le e i giovani sono diventati punti di riferimento nelle loro comunità, lavorando anche insieme ad autorità locali ed esperti tradizionali per affrontare le tensioni.

Attraverso fotografia, teatro, arte e media, il progetto ha creato occasioni di dialogo accessibili a tutte e tutti. Questi spazi hanno aiutato giovani e adulti ad avvicinarsi, migliorato il confronto con gli attori della sicurezza e coinvolto scuole, giornalisti e realtà locali nel rafforzare la coesione sociale.

Grazie a questo approccio, KAP ha sostenuto molte iniziative nate dai giovani, animato incontri pubblici e rafforzato la fiducia tra gruppi diversi. Ha anche migliorato la collaborazione con le istituzioni e aiutato le comunità ad affrontare insieme conflitti legati alle risorse e all’ambiente. Un modello che funziona perché unisce creatività, partecipazione e conoscenza del contesto locale.

“In tutte le attività che abbiamo portato avanti, abbiamo visto segnali concreti di cambiamento. Alcuni giovani che avevano partecipato ai saccheggi si sono seduti a parlare con i commercianti e li hanno persino aiutati nei risarcimenti. In zone come Bongwe, Mbuawani e Mkwakwani le persone hanno ricominciato a muoversi liberamente, dopo che i community peace actors sono riusciti a far dialogare gruppi diversi. Ex gang rivali a Ukunda ora lavorano fianco a fianco in progetti ambientali, e durante i nostri Dialoghi Intergenerazionali gli anziani hanno riconosciuto apertamente il ruolo positivo dei giovani. Le donne mediatrici stanno aiutando le famiglie a risolvere conflitti interni, riducendo le tensioni in casa, e i CPAs sono intervenuti per fermare scontri violenti tra scuole nell’area di Munje–Kingwede. Tutti questi momenti mostrano che fiducia, inclusione e responsabilità condivisa stanno davvero crescendo nelle nostre comunità.” — Joseph Mwangi Karinga, Stretchers Youth Organisation (Kenya)

“Una delle cose più importanti che abbiamo capito è il valore di un approccio dal basso, centrato sui giovani. Grazie alle analisi partecipate dei conflitti e ai dialoghi e alle iniziative guidate direttamente da loro, questo metodo si è rivelato efficace non solo per affrontare le tensioni immediate, ma anche per rafforzare fiducia, inclusione, comprensione e collaborazione tra i diversi gruppi della comunità — comprese le autorità locali e gli attori della sicurezza.” — Daniela Riva, Coordinatrice del Progetto KAP

Ucraina

Infine, in Ucraina, il progetto Protect Kharkiv ha lavorato per sostenere donne, bambine, bambini e giovani in un contesto segnato dal conflitto, dimostrando che inclusione e partecipazione sono possibili anche nei momenti più difficili. Attraverso attività di supporto psicosociale, interventi per garantire acqua e igiene e iniziative di costruzione della pace nate dal territorio, il progetto ha aiutato le comunità a ritrovare spazi di sicurezza e fiducia.

Accanto al sostegno immediato — come servizi psicosociali mobili e kit per l’igiene, pensati in particolare per rispondere ai bisogni di donne e ragazze — Protect Kharkiv ha sostenuto iniziative locali che hanno permesso a scuole e quartieri di creare spazi sicuri e attività proprie. Luoghi dove incontrarsi, ricevere supporto, imparare e ricostruire relazioni anche in un contesto di emergenza.

Grazie a queste iniziative, il progetto ha rafforzato i legami tra famiglie, migliorato l’accesso ai servizi di supporto e creato ambienti più inclusivi, anche per chi ha bisogni educativi speciali. La vera forza di Protect Kharkiv è stata mettere strumenti, risorse e decisioni nelle mani delle comunità, così che il cambiamento potesse continuare anche oltre la durata dell’intervento.

“Giovani e donne stanno già dando un contributo importante come volontari, facilitatrici, facilitatori e organizzatori delle attività comunitarie. C’è un grande potenziale per coinvolgerli ancora di più attraverso percorsi di leadership, iniziative civiche, supporto tra pari e opportunità di reddito che possono rafforzare sia la loro autonomia sia la coesione sociale nel suo insieme.” — Kolisnyk Valeriia, Peaceful Heaven of Kharkiv

“L’ambiente in cui abbiamo lavorato è estremamente fragile e politicamente sensibile, e perfino usare parole come “conflitto” o “pace” richiede molta cautela e attenzione. Una delle lezioni più importanti è stata capire quanto sia fondamentale usare un linguaggio che risuoni davvero a livello locale — parlando, ad esempio, di coesione sociale, tensioni comunitarie, accesso alle risorse o inclusione — e lasciando che siano processi sensibili al conflitto a guidare il lavoro. Evitare termini percepiti come troppo politicizzati ci ha permesso di trovare punti di ingresso al peacebuilding che fossero allo stesso tempo rispettosi ed efficaci.” — Lorenzo Giuliani, Esperto di Peacebuilding per WeWorld

Un impegno condiviso per una pace sostenibile

Questo studio è nato con l’obiettivo di contribuire a una conversazione globale su temi che oggi sono più urgenti che mai. In un tempo segnato da crisi e conflitti, la pace non è qualcosa che accade da sola: richiede scelte quotidiane, attenzione ai contesti e collaborazione tra molti attori diversi.

Le raccomandazioni emerse dalla ricerca indicano alcune direzioni concrete — come rafforzare la partecipazione delle comunità, integrare la prospettiva di genere e coinvolgere in modo significativo le nuove generazioni. Ma il loro impatto dipende dalla capacità di tradurle in pratica insieme, nei diversi contesti in cui si interviene. In questo scenario, la cooperazione internazionale continua ad avere un ruolo essenziale. Anche se oggi il sistema affronta pressioni e cambiamenti profondi, è proprio attraverso il lavoro congiunto tra istituzioni, organizzazioni e comunità locali che è possibile sostenere risposte efficaci e costruire percorsi di pace duraturi.

La pace richiede tempo, continuità e fiducia reciproca. Non è il risultato dell’azione di un singolo attore, ma di un impegno condiviso che renda centrali le persone e le relazioni. È in questo spazio di collaborazione che le esperienze raccolte sul campo possono trasformarsi in cambiamenti concreti e duraturi.