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1 aprile 2019

Bambine, bambini, adolescenti e donne: educazione e conflitti

 

Il progresso di un paese è misurato nella serie dei WeWorld Index attraverso indicatori economici e sociali analizzando le condizioni di vita dei soggetti più a rischio di esclusione come bambine/i, adolescenti e donne. L’inclusione, nella prospettiva degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030, è multidimensionale, non riguarda solo la sfera economica, ma tutte le dimensioni del sociale (sanitaria, educativa, lavorativa, culturale, politica, informativa, di sicurezza, ambientale).

Focus tematico dell’edizione 2019 il tema dei conflitti come barriera all’educazione. “Nel mondo, oltre 100 milioni di bambini e bambine che non vanno a scuola vivono in contesti di crisi create da conflitti e guerre” dichiara il nostro Presidente Marco Chiesara “Le scuole sono sotto attacco e non possiamo aspettare la fine delle crisi per sostenere l’istruzione. Non può esserci, infatti, progresso senza pace e stabilità. E’ quindi necessario avviare programmi di educazione in emergenza prima possibile, per creare un ambiente scolastico ed educativo pulito, sano e sicuro (specie per le bambine). Oltre un terzo dei nostri programmi nel mondo, 40 su 120, riguardano contesti di emergenza, in cui l’aiuto ai bambini alle bambine e agli insegnanti è per noi una priorità.”

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LA CLASSIFICA

WeWorld Index 2019 misura 171 Paesi, comparando le condizioni e la qualità della vita di donne e bambini e raggruppando i Paesi in una classifica finale, da quelli con miglior tasso di inclusione ai Paesi caratterizzati da gravissima esclusione.

A guidare la classifica 2019 sono ancora i Paesi del Nord Europa, insieme a Canada, Nuova Zelanda e Australia: torna in testa la Norvegia con 105 punti (48 più dell’Italia), seguita da Islanda, Svezia, Danimarca, Svizzera e Finlandia. Buona inclusione anche in Francia, Germania e Gran Bretagna, mentre solo sufficiente l’inclusione negli Stati Uniti (appena un punto in più dell’Italia). Agli ultimi posti della classifica (“gravissima esclusione”), Mali, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Ciad e Repubblica Centrafricana, che si conferma per il quinto anno consecutivo il Paese peggiore per l’inclusione di bambini/e e donne.

Rispetto all’Index 2018 sono 3 in più i Paesi in cui sono presenti forme insufficienti di inclusione di bambine/e adolescenti e donne o gravi o gravissime forme di esclusione. Grazie, però, all’ingresso dell’India nella categoria dei Paesi con insufficiente inclusione diminuisce di circa 1,4 miliardi la popolazione dei Paesi con gravi forme di esclusione di minori e donne. Il progresso indiano è uno degli elementi più significativi dell’edizione 2019: l’India infatti raggiunge la 122a posizione con -29 punti (nel 2015 il Paese era in 130a posizione con -45 punti).

 

L’ITALIA

In Italia l’inclusione viene classificata come solo “sufficiente” rispetto alla “buona inclusione” della maggior parte dei maggiori Paesi europei.

Non migliora l’inclusione di donne, adolescenti e bambini/e in Italia, più a rischio di esclusione sociale e povertà rispetto ai maschi adulti: mancano infatti cambiamenti positivi sostanziali nell’ambito della violenza di genere e sui minori e resta limitata l’inclusione economica e sociale delle donne. L’Italia, 27° con 57 punti, fa peggio delle principali democrazie europee (Francia 12°, Germania 14°, Gran Bretagna 16°), ma anche di Bulgaria (24°), Repubblica Ceca (19°) e Portogallo (20°), che negli anni passati erano più indietro in classifica. In Europa fanno peggio i Paesi baltici, Cipro, Slovacchia, Ungheria, Croazia e Romania.

Se per salute e capitale umano ed economico l’Italia continua a beneficiare di una discreta rendita di posizione, non altrettanto si può dire per l’inclusione economica delle donne e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. In 5 anni peggiorano gli indicatori sulla sicurezza ambientale e non migliorano gli indicatori relativi alla violenza di genere e sui bambini.
Solo puntando sulla promozione di politiche sociali indirizzate a favorire l’inclusione economica e politica delle donne, il mantenimento nei percorsi di istruzione dei giovani studenti, l’abbassamento del tasso di disoccupazione e maggior attenzione alla sostenibilità ambientale, in particolar modo in zone periferiche e svantaggiate, l’Italia può sperare di tornare ai livelli delle principali democrazie europee” conclude Chiesara.

 

CONFLITTI COME BARRIERA ALL’EDUCAZIONE

I conflitti costituiscono una delle principali barriere all’accesso alla educazione in diversi paesi del mondo. La sicurezza di tutte le scuole dovrebbe essere una priorità per garantire la tempestiva continuazione dell’istruzione in tutti i casi di emergenza. Nel WeWorld Index 2019 vengono esplorate le conseguenze dei conflitti sull’educazione, poiché in molti paesi costituiscono la principale ragione dell’interruzione dei percorsi d’istruzione: nel mondo su 302 milioni di bambini che si trovano fuori dalla scuola, più di 104 milioni vivono in contesti di emergenza.
Le scuole e le università sono sotto attacco: uccisione di studenti, insegnanti e personale, distruzione di edifici e infrastrutture, stupri e violenze, arruolamento di bambini e bambine, minori migranti sfollati e rifugiati, negazione degli aiuti umanitari, utilizzo degli edifici scolastici a fini militari; in emergenza i tassi d’iscrizione e frequenza scolastica crollano, l’accesso a cure mediche adeguate è negato. Una realtà che deve essere raccontata.

Protagonisti del focus tematico del WeWorld Index Siria e Libano, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo e Burundi dove i nostri progetti raccontano buone pratiche di intervento per garantire l’educazione in aree di conflitto.

 

Conflitti: i numeri

    • Nel mondo, oltre la metà dei bambini che non va a scuola vive in contesti d’emergenza, con uccisioni di studenti e insegnanti, distruzione di edifici, stupri, arruolamento di bambini soldato, minori sfollati e rifugiati. 1 ragazzo su 5 tra i 15 e i 17 anni non è mai stato a scuola e 2 su 5 non hanno completato la scuola primaria;
    • 350 milioni sono i bambini colpiti da conflitti armati;
    • 104 milioni di bambini in aree colpite da disastri naturali/conflitti non vanno a scuola;
    • tra il 2013 e il 2017, sono stati più di 12.000 gli attacchi che hanno colpito 21mila studenti ed educatori in circa 70 Paesi, tra cui soprattutto la Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Israele/Palestina, Nigeria, Yemen, Sud Sudan;
    • 250.000 sono i bambini soldato nel mondo.
    • secondo il Children and Armed Conflict Report del Segretario Generale dell’ONU, dal 2010 sono aumentati del 1500% i casi in cui è stato negato l’accesso umanitario per raggiungere i bambini coinvolti nel conflitto;
    • spose bambine: anche se la prevalenza del matrimonio infantile sta diminuendo a livello globale, i numeri restano alti nei Paesi interessati da conflitti: più del 70% delle bambine in Niger viene data in sposa entro i 18 anni, e quasi il 30% entro i 15 anni; segue la Repubblica Centrafricana (70% entro i 18 anni e 30% entro i 15 anni); in Ciad oltre il 30% delle bambine viene data in sposa entro i 15 anni.

 

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