In Kenya e Tanzania, il progetto Pamoja Tudumishe Elimu contrasta l’abbandono scolastico coinvolgendo scuole, famiglie e comunità nel diritto all’educazione.
Quando una bambina smette di andare a scuola, all'inizio sembra un'assenza come tante; poi passano i giorni e il suo posto in classe rimane vuoto. Questo non succede all’improvviso: l'abbandono scolastico non deriva quasi mai da una decisione improvvisa o di una singola causa. Più spesso, è il risultato di difficoltà che si accumulano nel tempo: la povertà familiare, una gravidanza adolescenziale, la prospettiva di un matrimonio precoce, la necessità di lavorare, ma anche norme sociali che limitano le opportunità di bambini e bambine; oppure, più semplicemente, la sensazione di non essere ascoltati dagli adulti di riferimento. Queste sono vulnerabilità che si sommano nel tempo e che, se non vengono riconosciute, finiscono per allontanare bambini e bambine dal loro percorso educativo.
Le storie raccolte in Kenya e Tanzania nel corso del progetto Pamoja Tudumishe Elimu – Insieme, sosteniamo l'educazione — tre anni di lavoro con quasi 12.000 bambini e bambine a rischio di abbandono scolastico — raccontano proprio questo. Raccontano che l’educazione è una responsabilità della comunità. Dietro ogni percorso educativo ci sono relazioni, responsabilità condivise e persone che scelgono di esserci. Ci sono genitori, insegnanti, membri della comunità e servizi di protezione che intervengono quando una difficoltà rischia di trasformarsi in un abbandono scolastico. Perché educazione e protezione non sono due percorsi separati: quando i bambini si sentono al sicuro, ascoltati e sostenuti, continuano a imparare. Quando non accade, i più vulnerabili sono i primi ad allontanarsi dai banchi.
Prima del progetto: il peso delle vulnerabilità
Nelle contee di Narok e Migori, molte famiglie vivono in aree rurali dove tradizioni, dinamiche economiche e aspettative sociali influenzano profondamente il percorso educativo dei bambini e delle bambine. Le traiettorie delle ragazze sono spesso segnate da aspettative che iniziano molto prima dell'età adulta. Il matrimonio precoce, le mutilazioni genitali femminili e l'idea che il ruolo di una ragazza sia prima di tutto quello di cura all'interno della famiglia continuano a rendere l'istruzione una possibilità più fragile di quanto dovrebbe essere. La scuola è presente, ma non sempre riesce a competere con aspettative e pressioni che spingono molte ragazze verso il matrimonio e l'assunzione precoce di ruoli familiari.
Per i ragazzi il rischio segue spesso strade diverse. Nelle aree pastorali, la vita quotidiana dipende dagli allevamenti e dalle condizioni climatiche. Quando arriva la siccità, molte famiglie si spostano alla ricerca di acqua e pascoli. Altre hanno bisogno che i figli contribuiscano al lavoro familiare. In queste condizioni, la frequenza scolastica diventa irregolare e il confine tra un'assenza temporanea e l'abbandono definitivo può essere molto sottile.
A Dar es Salaam, in Tanzania, il rischio nasce dentro quartieri che crescono rapidamente, in scuole sovraffollate e in contesti dove le fragilità familiari e sociali possono passare inosservate. Un bambino in difficoltà non è necessariamente lontano dalla scuola, o disinteressato: a volte è seduto in fondo a una classe troppo piena perché qualcuno si accorga di lui.
Quando questo accade, anche la scuola fatica a diventare uno spazio di protezione. Assenze frequenti, scarso rendimento o comportamenti considerati problematici vengono spesso interpretati come mancanza di disciplina. Gli insegnanti hanno pochi strumenti per capire cosa sta succedendo nella vita degli studenti e delle studentesse e, per i bambini e le bambine, chiedere aiuto può diventare ancora più difficile.
Anche fuori dalla scuola, molte famiglie si trovano ad affrontare situazioni complesse senza sapere sempre come riconoscere un rischio o a chi rivolgersi. La protezione dei bambini resta spesso una responsabilità percepita come lontana, affidata alle istituzioni o alla scuola stessa.
In questo contesto, molti bambini e bambine imparano presto a tenere per sé quello che stanno vivendo. Le difficoltà restano nascoste, le paure rimangono senza parole e chiedere aiuto diventa sempre più difficile.
Cosa è cambiato: le voci della comunità
L'abbandono scolastico non nasce in un solo luogo, né da una sola causa. Può cominciare in famiglia, prendere forma nelle difficoltà economiche, nelle aspettative sociali o in una scuola che fatica a vedere ciò che succede fuori dall'aula. Per questo, il cambiamento non può partire da una sola persona.
Le storie raccolte in Kenya e Tanzania raccontano proprio questo: il momento in cui un problema che sembrava riguardare un singolo bambino diventa una responsabilità condivisa, che coinvolge genitori, famiglie, insegnanti, ma anche membri della comunità e i servizi.
Se le ragioni che portano un bambino o una bambina a lasciare la scuola nascono tra le mura di casa, nelle relazioni familiari, nelle difficoltà economiche o nelle norme sociali che lo circondano, allora anche la risposta deve andare oltre la scuola.
Quando l’educazione diventa una responsabilità condivisa
Nelle comunità coinvolte dal progetto, una delle figure che ricorre più spesso nelle testimonianze è quella delle antenne comunitarie: volontari e volontarie che vivono negli stessi villaggi e negli stessi quartieri dei bambini e delle bambine che seguono. Sono loro ad accorgersi quando un'assenza si prolunga, a bussare a una porta per capire cosa sta succedendo, a mettere in contatto famiglie, scuole e servizi quando emerge una situazione di rischio: una bambina che smette di frequentare le lezioni, un ragazzo che si allontana dalla scuola per lavorare o un'assenza che si prolunga nel tempo.
Per molto tempo, molte di queste difficoltà erano rimaste all'interno delle mura domestiche. Oggi, sempre più spesso, diventano questioni di cui si occupa un'intera rete di persone. Un'insegnante, un genitore, un volontario della comunità, un'autorità locale: ognuno vede una parte del problema e contribuisce alla soluzione.
Il lavoro delle antenne comunitarie non sostituisce quello degli e delle insegnanti o delle autorità locali. Piuttosto, crea collegamenti dove prima c'erano mondi separati. E soprattutto richiama a una responsabilità condivisa, perché quando un bambino rischia di lasciare la scuola, non riguarda soltanto lui o la sua famiglia, ma l’intera comunità.
Quando i genitori riscoprono il proprio ruolo nell’educazione dei figli e delle figlie
Per anni, molti genitori hanno pensato che il loro compito fosse soprattutto garantire ai figli e alle figlie ciò di cui avevano bisogno per vivere: cibo, vestiti, un tetto sopra la testa. L'educazione era importante, ma era considerata una responsabilità degli e delle insegnanti, quindi delegata alla scuola. Molti non si rendevano conto di quanto il loro coinvolgimento potesse fare la differenza nel percorso educativo dei propri figli e delle proprie figlie. Poco alla volta, questa idea ha iniziato a cambiare. Nelle testimonianze emerge una consapevolezza diversa: accompagnare la crescita di un figlio significa anche ascoltarlo, proteggerlo, accorgersi delle sue difficoltà e sostenerlo quando il suo percorso rischia di interrompersi.
Questo cambiamento emerge con particolare forza nelle storie delle ragazze che riescono a tornare a scuola dopo una gravidanza. Quando una ragazza affronta una gravidanza adolescenziale, infatti, non è in gioco soltanto la sua permanenza a scuola, ma anche il modo in cui famiglia, scuola e comunità scelgono di reagire. Per molto tempo, situazioni come queste hanno spesso segnato la fine del percorso educativo e l'ingresso precoce nella vita adulta. Oggi, in molti casi, genitori, insegnanti e comunità scelgono invece di fare in modo che quel percorso possa continuare.
Quando gli e le insegnanti imparano ad ascoltare
Nel corso del progetto, anche il ruolo degli e delle insegnanti ha iniziato a cambiare. Molti raccontano di aver smesso di vedere l'assenza da scuola come un semplice problema disciplinare, un comportamento da punire. Gli e le insegnanti hanno iniziato a riconoscere che spesso, dietro un bambino che arriva tardi o salta le lezioni, o a una bambina che fatica a partecipare alla vita scolastica, non c’è sempre mancanza di impegno. A volte ci sono la povertà e l’insicurezza alimentare, a volte difficoltà familiari, altre volte un abuso o una violenza subita.
Questo cambiamento non riguarda soltanto il modo di gestire la disciplina, ma il modo in cui guardare agli studenti e alle studentesse. L'assenza smette di essere soltanto un problema da correggere, ma diventa una domanda da porsi, un segnale da capire e su cui attivarsi tempestivamente.
La scuola dovrebbe rappresentare non solo il luogo in cui si studia, ma un posto in cui ogni bambino e bambina possa cercare sostegno e protezione. Ma perché possa esserlo davvero, deve diventare uno spazio in cui i bambini si sentono abbastanza al sicuro da raccontare quello che stanno vivendo.
Durante il progetto, nelle scuole della Tanzania sono state installate cassette per i suggerimenti attraverso cui bambini e bambine potevano lasciare messaggi anonimi, scrivendo liberamente ciò che pensavano, vivevano o li preoccupava. Molti messaggi riguardavano la vita quotidiana a scuola. Altri raccontavano situazioni di trascuratezza, disagio o violenza che fino a quel momento nessuno aveva riconosciuto. Per molti e molte studenti, è stata la prima occasione per esprimere una preoccupazione senza paura di essere giudicati.
Ma questi messaggi raccontano anche un cambiamento più profondo. I bambini e le bambine non iniziano a parlare semplicemente perché trovano una cassetta in cui lasciare un messaggio. Cominciano a farlo quando capiscono che qualcuno è disposto ad ascoltare. Nelle scuole, nelle famiglie e nelle comunità, molti adulti hanno iniziato a prestare maggiore attenzione a ciò che i bambini e le bambine hanno da dire, alle loro difficoltà e alle loro esperienze.
Nelle testimonianze raccolte emerge spesso proprio questo cambiamento: bambini e bambine che parlano di più, ma anche adulti che ascoltano. Genitori che trovano il tempo per fare domande. Insegnanti che cercano di capire cosa c'è dietro un'assenza o un comportamento difficile. Non si tratta soltanto di partecipare di più in classe o di parlare con maggiore sicurezza. Si tratta di sapere che la propria voce ha valore, che le proprie difficoltà e la propria esperienza meritano attenzione e che, quando si decide di parlare, dall'altra parte ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare davvero.
Per sostenere il diritto all'educazione serve tutta la comunità
I cambiamenti emersi in Kenya e Tanzania sono concreti, ma non definitivi. I meccanismi costruiti in questi tre anni — dalle antenne comunitarie ai collegamenti tra scuole e famiglie, dai sistemi di segnalazione alle reti di protezione locali — hanno dimostrato di poter funzionare. Ma il loro futuro dipenderà dalla capacità di mantenerli vivi nel tempo. Le norme sociali che spingono molte ragazze a lasciare la scuola continuano a esistere, la povertà costringe ancora molte famiglie a fare scelte difficili e scuole e servizi di protezione continuano a lavorare in contesti complessi e con risorse limitate. Affinché il cambiamento possa durare, servono gli stessi elementi che lo hanno reso possibile: una presenza costante delle comunità, delle scuole e delle istituzioni che ne fanno parte.
Dietro la bambina che è tornata in classe dopo una gravidanza, dietro il ragazzo che non ha abbandonato la scuola per lavorare, dietro lo studente che ha trovato qualcuno disposto ad ascoltare le ragioni delle sue assenze, c'è una rete di persone che sceglie di intervenire quando una difficoltà rischia di trasformarsi in un abbandono scolastico. Ci sono insegnanti che imparano ad ascoltare. Genitori che riscoprono il proprio ruolo educativo. Volontari e volontarie che si accorgono quando qualcosa non va. Comunità che decidono di intervenire prima che una difficoltà diventi un abbandono scolastico.
Nessun bambino resta a scuola da solo. Perché sostenere davvero il diritto all'educazione non significa soltanto garantire un posto in classe. Significa costruire comunità capaci di riconoscere una difficoltà e di non lasciare soli i bambini e le bambine quando quella difficoltà si presenta. È qui che educazione e protezione si incontrano. Ed è qui che nasce la possibilità di restare a scuola.
Vuoi saperne di più? Leggi il report completo It Takes a Community. Pamoja Tudumishe Elimu – Together, Let’s Sustain Education e scopri come lavoriamo insieme alle comunità per sostenere il diritto all'educazione dei bambini e delle bambine più vulnerabili.

