OLTRE L’EMERGENZA, IL NOSTRO REPORT SULLA DOPPIA OPPRESSIONE E LA LEADERSHIP FEMMINILE
La guerra colpisce le donne due volte: la nostra indagine analizza l’intersezione tra l’occupazione militare e le strutture patriarcali, restituendo la leadership e l’agency politica delle donne palestinesi
PRESENTAZIONE IN ANTEPRIMA
11 MAGGIO 2026, ore 20.30 - CASA DELLE DONNE MILANO
Le crisi umanitarie non sono mai neutrali rispetto al genere. In Palestina, l’impatto del conflitto sulle donne non è una fatalità, ma il risultato di un intreccio sistematico tra l'occupazione militare e le strutture patriarcali preesistenti.
È quanto emerge da “Her Future at Risk. The Cost of Humanitarian Crises on Women and Girls. Focus. Lived Realities and Collective Action of Palestinian Women and Women-Led Organisations”, la nuova indagine della nostra collana dedicata all’impatto di genere delle crisi umanitarie, dopo i focus su Afghanistan e Ucraina.
La ricerca sarà presentata in anteprima lunedì 11 maggio alle 20.30, presso la Casa delle Donne. La serata sarà costruita come un momento di racconto e approfondimento, alternando letture di testimonianze dal campo, un intervento della giornalista e scrittrice Daria Bignardi – autrice di Nostra solitudine, dove racconta anche degli incontri fatti nel suo ultimo viaggio in Cisgiordania – un reading tratto dal report a cura dell’autrice Simona Angioni e la testimonianza di Martina Albini, Coordinatrice del Centro Studi WeWorld e curatrice del rapporto.
A differenza della ricerca umanitaria tradizionale, spesso "estrattiva", il report adotta un approccio decoloniale e antropologico. Il lavoro si basa su 57 interviste in profondità condotte con donne e organizzazioni femminili e femministe tra Gaza, Cisgiordania e diaspora, con un team di ricerca composto per oltre il 60% da professioniste palestinesi. L'obiettivo è restituire alle donne il controllo sulla propria narrazione, rifuggendo dagli stereotipi che le vedono esclusivamente come vittime passive o eroine idealizzate, per riconoscerle invece come soggetti complessi e attrici politiche della resistenza quotidiana.
La ricerca mostra come, dall’ottobre 2023, l’escalation delle ostilità a Gaza e l’inasprimento delle politiche di occupazione in Cisgiordania abbiano aggravato vulnerabilità già esistenti, trasformando la discriminazione strutturale in una condizione quotidianamente pericolosa per la vita delle donne e delle ragazze.
Il collasso totale dei sistemi di salute, istruzione, acqua e protezione le ha poste al centro della sopravvivenza quotidiana: sono loro a reggere il carico della cura delle famiglie, della tenuta delle comunità e, spesso, della stessa risposta umanitaria.
Dal report emerge chiaramente la condizione di doppia oppressione: quella prodotta dall’occupazione militare e quella legata alle strutture patriarcali interne alla società. Queste due forze non operano in parallelo, ma si intrecciano: l’instabilità esterna e la crisi economica tendono a esasperare le dinamiche sociali, aumentando il rischio di violenza di genere, che cresce nelle case, nei rifugi sovraffollati e persino nei punti di distribuzione degli aiuti. In questo contesto, la mancanza di privacy, di servizi igienici adeguati e di prodotti per l’igiene mestruale non sono dettagli marginali, ma rappresentano violazioni dei diritti umani. “La farina… la farina è stata una delle cose più difficili. All’inizio compravamo un sacco, poi il prezzo è aumentato in modo assurdo, e noi eravamo in tanti… Procurarsela è diventato un problema enorme. Tutto è iniziato con lo spostarsi in un luogo nuovo, dove non ti senti a tuo agio, e poi la paura dei bombardamenti si è trasformata nella paura di non avere cibo.” - Donna, 33 anni, Gaza
“Per molte donne, anche azioni quotidiane come andare a prendere l’acqua o ritirare gli aiuti possono diventare un rischio. Sono esposte a molestie continue, in spazi che dovrebbero essere sicuri, e questo limita ulteriormente la loro libertà e accesso ai servizi”, - commenta Giovanna Fotia, Direttrice Paese di WeWorld in Palestina.
Il report dedica particolare attenzione anche al corpo delle donne come spazio di controllo e violenza: salute sessuale e riproduttiva compromessa, salute mentale sotto pressione, mancanza di privacy, servizi igienici inadeguati, igiene mestruale carente e accesso insicuro ad acqua e servizi essenziali.
“Per l’igiene personale, a volte ho dovuto ricorrere a salviette umidificate, fazzoletti o pezzi di stoffa… tutte soluzioni tutt’altro che ideali, che ci lasciavano a disagio. Per il sapone, ho usato dentifricio per molto tempo e, a un certo punto, perfino la sabbia. Più tardi ho scoperto l’uso della cenere e ho provato anche quella. Fortunatamente, alla fine sono riuscita a fare scorta di sapone, ma la prima volta che mi sono trovata senza detergenti è stato davvero difficile.” - Donna, età non specificata, Gaza
Un ruolo centrale è svolto dalle operatrici impegnate nella risposta umanitaria, che operano in prima linea vivendo le stesse condizioni di crisi delle comunità che supportano. Tuttavia, il report denuncia un paradosso: nonostante le donne siano le prime a organizzare la sopravvivenza, le leader locali rimangono spesso escluse dai vertici dove si decidono finanziamenti e strategie. Le organizzazioni guidate da donne ricevono storicamente solo una minima frazione dei fondi globali, canalizzati verso grandi agenzie o strutture locali a leadership maschile. Mediatrici, operatrici sociali, educatrici, volontarie: sono spesso loro a garantire accesso ai servizi, ascolto, protezione e fiducia nelle comunità, diventando un punto di riferimento fondamentale, soprattutto per altre donne e ragazze.
La loro presenza è essenziale per rendere gli interventi accessibili, sicuri e culturalmente adeguati, facilitando l’emersione di bisogni e situazioni di violenza che altrimenti resterebbero invisibili. Allo stesso tempo, lavorano in un sistema umanitario sotto pressione, tra restrizioni alla mobilità, insicurezza, carichi emotivi elevati e rischio costante, dovendo conciliare il proprio ruolo professionale con le responsabilità di cura e con l’impatto diretto della crisi sulle loro stesse vite.
“Le operatrici umanitarie sono spesso le prime a intervenire e le ultime a fermarsi. Lavorano in prima linea, ma vivono la stessa crisi: questo rende il loro ruolo ancora più essenziale e allo stesso tempo più esposto”, - commenta Giovanna Fotia, Direttrice Paese di WeWorld in Palestina.
Ma Her Future at Risk rifiuta una rappresentazione semplificata delle donne palestinesi come sole vittime o eroine. Le restituisce invece come soggetti complessi: lavoratrici, caregiver, attiviste, figure chiave della coesione sociale, della solidarietà e della resistenza quotidiana. Non una forza “infinita” da romanticizzare, ma una capacità di tenuta costruita sotto costrizione e a costo altissimo.
“Le donne palestinesi non chiedono di essere raccontate come martiri o come icone. Chiedono di essere viste per ciò che fanno ogni giorno: tengono insieme la quotidianità, anche quando tutto intorno crolla”, - dichiara Martina Albini/Dina Taddia, WeWorld.
Accanto all’aumento delle vulnerabilità, il report mette in luce anche le forme di resistenza quotidiana messe in pratica dalle donne. Nei contesti di guerra e sfollamento, infatti, crollano le reti informali che tradizionalmente permettono di condividere il carico di cura – famiglie allargate, vicinato, comunità.
Eppure, è proprio in questi contesti che emergono nuove forme di sorellanza e mutuo aiuto. Nei rifugi sovraffollati, nelle tende, negli spazi improvvisati, le donne ricostruiscono reti di supporto: condividono cibo, si prendono cura dei figli delle altre, organizzano spazi sicuri, si sostengono emotivamente. Una solidarietà che nasce dalla necessità, ma che diventa una risorsa fondamentale per la sopravvivenza collettiva
Queste dinamiche si estendono anche oltre i confini. Nella diaspora, le donne palestinesi raccontano la difficoltà di ricostruire un senso di appartenenza e di comunità, spesso senza il riconoscimento della propria identità e con reti sociali frammentate. Anche in questo caso, sono le relazioni tra donne a diventare uno spazio di ricostruzione, supporto e continuità.
“La ricostruzione non sarà possibile senza le donne, perché le donne sono capaci di tutto. Senza ciò che hanno già fatto e senza i passi che hanno già compiuto, non ci sarebbe alcuna speranza di arrivare fin qui. Nessun altro parlerebbe la mia lingua, nessun altro capirebbe i miei bisogni.” - Donna, rappresentante del Women’s Programme Centre Association
Siamo presenti in Palestina dal 1992, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con interventi umanitari e di emergenza nei settori WASH, educazione, protezione, salute, shelter, livelihoods, sicurezza alimentare e ambiente. Combiniamo riabilitazione di infrastrutture, servizi, formazione, coinvolgimento comunitario e rafforzamento della resilienza, con un’attenzione specifica alle barriere che donne e ragazze affrontano nell’accesso a servizi, protezione e mobilità.
Il report sottolinea infine che investire su donne, organizzazioni femminili e organizzazioni guidate da donne non è solo una priorità di protezione, ma una necessità operativa: senza la loro leadership, la risposta umanitaria resta parziale, meno efficace e meno giusta.

