Che cosa significa essere donna in Palestina: voci di donne e ragazze tra crisi e resilienza nella nuova ricerca di WeWorld
Dall’ottobre 2023, l’intensificarsi del conflitto a Gaza e l’inasprimento delle restrizioni e delle politiche di occupazione in Cisgiordania hanno inciso gravemente sulla vita delle donne e delle ragazze palestinesi, aggravando fragilità già profonde. Disuguaglianze radicate si sono trasformate in rischi concreti e quotidiani per la sopravvivenza. Con il collasso dei servizi essenziali – dalla sanità all’istruzione, dall’accesso all’acqua agli alloggi e ai mezzi di sostentamento – sono spesso le donne a farsi carico della resilienza di ogni giorno, affrontando pericoli continui mentre continuano a sostenere famiglie, comunità e persino la risposta umanitaria.
È questo lo scenario che emerge dalla nostra nuova ricerca, l’ultima della serie Her Future At Risk. Il focus è sulla Palestina, un contesto segnato da decenni di occupazione militare, instabilità politica e disuguaglianze di genere strutturali, dove le crisi non colpiscono mai tutte e tutti allo stesso modo.
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Ascoltare le donne aiuta a capire cosa significa vivere in una realtà in cui la discriminazione strutturale diventa, ogni giorno, un’emergenza concreta, e permette di cogliere aspetti che i numeri da soli non riescono a raccontare. Per questo la ricerca si basa su 57 interviste in profondità con donne e ragazze di Gaza, della Cisgiordania e della diaspora, affiancate dai contributi di organizzazioni femminili e femministe e dall’esperienza delle operatrici e degli operatori umanitari di WeWorld. Il lavoro è stato inoltre guidato da un comitato di ricerca composto per oltre il 60% da membri palestinesi, per garantire uno sguardo ancorato ai contesti e alle prospettive locali.
A partire da queste testimonianze, lo studio offre uno sguardo approfondito sia sulle difficoltà quotidiane che le donne affrontano, sia sulle strategie di resistenza e adattamento che mettono in atto in una realtà in cui sicurezza, dignità e diritti non possono essere dati per scontati.
Il sumud delle donne, tra patriarcato e occupazione
“Per rispetto verso tutte le donne, dal 1948 a oggi, voglio rendere omaggio a chi ha provato a cambiare la società. Eppure, ancora oggi dobbiamo fare i conti con una maschilità dominante che va oltre la semplice distinzione tra uomini e donne: è l’espressione di un patriarcato profondamente radicato. Un sistema che ci accompagna da sempre e che, in ogni crisi, tende a diventare ancora più forte.” – Donna, rappresentante di un’organizzazione guidata da donne
Da queste parole emerge chiaramente la condizione particolare delle donne palestinesi, che vivono quella che viene spesso definita una “doppia oppressione”. Una realtà radicatasi ben prima dell’attuale conflitto, in cui le disuguaglianze di genere si intrecciano con norme patriarcali consolidate e con i vincoli imposti dall’occupazione militare.
Anche prima dell’ottobre 2023, la vita delle donne palestinesi era segnata da una forte emarginazione, frutto di pressioni sociali, difficoltà economiche e limiti politici che si rafforzavano a vicenda. Molte donne lavoravano soprattutto in ambito informale o domestico, come strategia per sostenere le famiglie, ma spesso senza riconoscimento o reale autonomia, accumulando lavoro retribuito e responsabilità di cura. Allo stesso tempo, pur avendo avuto un ruolo centrale nelle lotte politiche e nei movimenti sociali, la loro partecipazione è stata a lungo ostacolata e raramente si è tradotta in un vero potere decisionale.
“La maggior parte delle donne che lavora finisce per farlo in due luoghi: fuori casa e poi di nuovo a casa. Per quasi tutte, tornare a casa non significa riposarsi, ma iniziare subito con le faccende domestiche. Già prima della guerra, e ancora di più durante, appena una donna rientrava nella tenda iniziava a pulire, accendere il fuoco per cucinare e fare il pane, lavare i vestiti e prendersi cura della famiglia. (…)” – Donna, rappresentante del Women’s Affairs Centre
“Il motivo per cui molte donne non riescono a raggiungere ruoli di responsabilità o di leadership, ad esempio in politica o nelle istituzioni, non è la mancanza di capacità. È la realtà sociale in cui viviamo. Una realtà fatta di sistemi che, in molti ambiti, danno priorità agli uomini e di modi di pensare ancora radicati anche nel sistema giudiziario e legale. Tutto questo è rafforzato da un sistema patriarcale che continua a privilegiare gli uomini.” – Donna, rappresentante del Women’s Centre for Legal Aid & Counselling
È in questo contesto che prende forma il sumud femminile, una fermezza quotidiana che si esprime nella capacità di andare avanti, prendersi cura e tenere insieme le comunità, nonostante tutto. Si tratta di una resistenza silenziosa ma concreta, fatta di gesti di ogni giorno, di legame con la terra e di perseveranza collettiva di fronte all’espropriazione. Mettere in luce questa complessità è stato uno degli obiettivi centrali della ricerca: raccontare come le donne palestinesi abbiano sempre dovuto muoversi dentro la tensione tra la lotta nazionale e la ricerca di emancipazione, e come oggi continuino a sviluppare strategie per sostenere famiglie e comunità mentre affrontano, allo stesso tempo, le pressioni continue dell’occupazione militare e amministrativa.
Le competenze costruite nel lavoro domestico – dalla gestione di carichi multipli alla mediazione dei conflitti – diventano così veri strumenti di resistenza. Per le donne palestinesi, la resistenza non è un’idea astratta, ma qualcosa che si costruisce nella vita quotidiana, nella solidarietà sociale e nell’impegno politico. Anche il modo di partecipare alla vita sociale e politica è cambiato nel tempo, passando dalla beneficenza all’organizzazione collettiva fino al lavoro nelle ONG, mostrando sia una grande capacità di adattamento sia la fatica continua di tenere insieme aspettative sociali, lotta per la liberazione nazionale e diritti di genere.
“La resistenza è parte della vita quotidiana: sopravvivere, educare i figli, mantenere la propria dignità e affermare l’autonomia all’interno delle famiglie e delle comunità. Sono gesti meno visibili delle proteste politiche, ma fondamentali per tenere insieme la società.” – Donna, rappresentante del Psychosocial Counselling Centre for Women
“Le tecnologie digitali e l’imprenditoria sono diventate strumenti di resistenza. Permettono alle donne di mantenere le proprie famiglie, affermare la propria indipendenza e sfidare sia l’emarginazione economica sia i vincoli sociali.” – Donna, rappresentante del Psychosocial Counselling Centre for Women
“Dopo la nascita dell’Autorità Palestinese, il movimento per i diritti delle donne ha iniziato a lavorare in modo più organizzato e strutturato. Sono nate associazioni per i diritti delle donne e per i diritti umani, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle donne, fare advocacy legale e chiedere cambiamenti nelle leggi e nelle politiche pubbliche. Con l’inizio delle crisi e delle guerre ripetute nella Striscia di Gaza (…) una grande parte del lavoro di queste organizzazioni si è però spostata sulla risposta umanitaria e sugli aiuti, cercando comunque di mantenere viva anche la dimensione dei diritti umani e dell’advocacy.” – Donna, rappresentante del Women’s Affairs Centre
Gaza: al centro della crisi umanitaria
In tutti gli aspetti della loro vita, le donne palestinesi si trovano ad affrontare vulnerabilità che si sommano e si rafforzano a vicenda, aggravate dall’escalation delle ostilità e dall’inasprimento delle politiche di occupazione a partire dall’ottobre 2023, con effetti diversi ma ugualmente devastanti tra Gaza e la Cisgiordania.
Nella Striscia di Gaza, l’impatto del conflitto entra in ogni aspetto della vita quotidiana e crea una crisi che si autoalimenta di giorno in giorno. Il crollo delle infrastrutture idriche rende sempre più difficile l’accesso ad acqua, servizi igienici e prodotti per l’igiene: oggi il 63% delle famiglie non ha nemmeno il sapone e circa 500.000 donne e ragazze non riescono a gestire il ciclo mestruale in modo sicuro, con gravi conseguenze per la salute e la dignità (OCHA oPt, 2025).
“La mancanza d’acqua ha inciso su tutto: lavare i bambini, pulire i vestiti, mantenere l’igiene quotidiana è diventato una lotta continua. I problemi di salute sono aumentati e, per le donne incinte, i rischi si sono moltiplicati. Alcune famiglie, semplicemente, hanno smesso di provarci, perché non c’erano soluzioni pratiche.” – Donna, 33 anni, Gaza
Anche il sistema sanitario è allo stremo: con il 94% degli ospedali danneggiati o distrutti (OHCHR, 2025), l’accesso alle cure è fortemente limitato, soprattutto per la salute sessuale e riproduttiva. Più di mezzo milione di donne non riceve l’assistenza necessaria (UNFPA, 2025) e il rischio di morire durante il parto o di non riuscire a portare a termine una gravidanza è triplicato rispetto a prima dell’ottobre 2023 (OHCHR, 2025). A tutto questo si aggiunge l’insicurezza alimentare, che spinge spesso le donne a ridurre o saltare i pasti per garantire cibo ai figli, mentre la malnutrizione colpisce duramente anche donne incinte e che allattano.
“Una delle esperienze più difficili è stata la fame: stare davanti ai propri figli senza poter dare loro nulla, anche avendo dei soldi, perché semplicemente non c’era niente da comprare. (…) Oggi cuciniamo sul fuoco e abbiamo dovuto rinunciare a tante cose: non usiamo più molte spezie e abbiamo sacrificato molto nei pasti di ogni giorno.” – Donna, età non specificata, Gaza
Sul fronte economico, la perdita dei mezzi di sussistenza ha cancellato anni di autonomia: la disoccupazione femminile ha raggiunto il 67% (ILO, 2024) e molte fonti di reddito informale sono scomparse.
“Una delle difficoltà più grandi che ho vissuto come donna, durante gli anni dell’assedio che ha portato al 7 ottobre, è stata la disoccupazione e la quasi totale assenza di opportunità di lavoro, soprattutto per le donne. Con la chiusura continua dei valichi, le possibilità economiche erano ridotte al minimo. Molte donne, anche se istruite e qualificate, non hanno potuto esercitare il loro diritto fondamentale al lavoro. Non è stato solo un problema economico, ma anche psicologico e sociale: spesso ci si sentiva impotenti e sopraffatte, nonostante tutti gli sforzi per sostenere la propria famiglia. Per questo, molte di noi sono state costrette ad accettare lavori temporanei, malpagati o persino ingiusti, solo per mantenere un minimo di dignità e indipendenza.” – Donna, età non specificata, Gaza
Anche l’istruzione è sempre più fragile: per il terzo anno consecutivo la scuola in presenza è quasi del tutto assente e, per molte bambine, il rischio è che l’interruzione diventi definitiva.
“Insegnare è diventato un’esperienza molto dolorosa. Non mi sento più una vera insegnante: passo la maggior parte del tempo a cercare di mantenere la calma e un po’ di ordine in classe. (…) Due anni scolastici sono andati persi e molti studenti non conoscono nemmeno le basi più semplici. Anche il rapporto tra studenti e insegnanti si è deteriorato. Molti ragazzi sono distratti, chiusi in sé stessi o addirittura violenti, e avrebbero bisogno di un supporto psicologico che non c’è. Come insegnanti donne viviamo molta confusione e anche forme di sfruttamento. Lasciamo i nostri figli a casa per andare a scuola, spesso senza risorse: non ci sono lavagne, sedie o banchi. I bambini siedono per terra e noi cerchiamo di spiegare le lezioni a piccoli gruppi, a volte usando solo un quaderno.” – Insegnante, età non specificata, Gaza
In questo intreccio di crisi, le evacuazioni ripetute e la vita in alloggi sovraffollati, spesso senza privacy né servizi essenziali, espongono donne e ragazze a maggiori rischi per la salute, alla violenza di genere e a un livello crescente di stress psicologico.
“Nella tenda del campo viviamo con persone della stessa famiglia o con parenti, ma non c’è un vero legame tra di noi. La vita è molto stressante: tra il rumore della strada e le voci dei vicini, arriviamo ad avere paura di parlare di cose private per timore che ci sentano. (…) Ho perso il senso di appartenenza a tutto. Ho perso la casa e, insieme alla casa, ho perso il senso di casa, l’amore e perfino i ricordi più belli. La casa non esiste più e io vivo in una tenda per strada. La casa è diventata un sogno, solo il sogno di potermi appoggiare a un muro.” – Donna, età non specificata, Gaza
Cisgiordania: una pressione costante sulla vita quotidiana
In Cisgiordania, il conflitto pesa sulle donne e sulle ragazze come una pressione continua che attraversa ogni aspetto della vita quotidiana. Le restrizioni alla mobilità, l’insicurezza diffusa e le politiche di occupazione sempre più stringenti rendono complicato anche l’accesso ai servizi più essenziali. In molte comunità, trovare acqua significa fare lunghi tragitti, affrontare costi elevati o spostarsi su strade danneggiate e poco sicure.
“Nella zona non ci sono molti pozzi d’acqua e, ovviamente, non è permesso far entrare le autobotti o le autocisterne del gas. A volte restiamo senza acqua anche per dieci giorni, senza nemmeno una fonte disponibile. Prima la compravamo nei negozi, cercando di usarne il meno possibile solo per bere.” – Donna, età non specificata, Cisgiordania
Le stesse difficoltà si riflettono sul sistema sanitario: oggi circa 232.000 donne e ragazze non riescono ad accedere ai servizi di salute sessuale e riproduttiva (UNICEF, 2025). Checkpoint, blocchi stradali e coprifuoco interrompono cure fondamentali e costringono molte donne incinte a viaggi estenuanti o a dipendere da unità sanitarie mobili (UNFPA, 2025).
“Mi sono rotta il piede il 30 ottobre 2023. La Croce Rossa e il collegamento palestinese avevano organizzato un’ambulanza, ma i soldati non l’hanno fatta passare, dicendo che c’era il coprifuoco e che dovevamo aspettare il giorno dopo. Sono stata male per tutta la notte e solo il giorno seguente hanno permesso all’ambulanza di entrare. Sono dovuta andare in ospedale con le stampelle, aiutata da mio marito e dai miei figli. Le auto palestinesi non possono entrare in nessun caso, a meno che non siano della Croce Rossa o ambulanze, e anche in quei casi i soldati spesso non le fanno passare. C’era una donna anziana malata di cancro che doveva andare a Betlemme per la chemioterapia, ma non le è stato permesso di uscire e nemmeno l’ambulanza è potuta entrare per prenderla. Un’altra donna anziana è caduta e si è fatta male al petto, con forti dolori alle costole, ma anche lei è stata fermata al checkpoint e non ha potuto raggiungere l’ospedale. I soldati ci dicevano di aspettare, che eravamo sotto coprifuoco a causa della guerra e che queste restrizioni valgono solo per i palestinesi.” – Donna, età non specificata, Cisgiordania
Anche la scuola è sempre più discontinua. Operazioni militari e ordini di demolizione mettono a rischio decine di istituti e rendono la frequenza irregolare, soprattutto per le ragazze, più esposte all’abbandono scolastico a causa delle distanze, dell’insicurezza e dei carichi domestici. Il passaggio improvviso all’istruzione online ha creato nuove disuguaglianze, perché mancano connessioni stabili e dispositivi, escludendo soprattutto le ragazze delle famiglie più vulnerabili e delle aree isolate.
“Quest’anno la scuola è stata ridotta a tre giorni invece di cinque e si stanno sperimentando nuovi metodi, come l’istruzione “aperta”, senza libri di testo. Molti insegnanti non possono permettersi un computer portatile per stare al passo con l’insegnamento moderno, e questo aumenta il carico di lavoro. Le scuole non forniscono questi strumenti. Inoltre, i programmi scolastici sono spesso troppo difficili per gli studenti e non tengono conto delle differenze individuali, creando grandi lacune nell’apprendimento. Per gli studenti che non hanno le basi, i genitori dipendono completamente dalle spiegazioni degli insegnanti, ma anche loro non hanno le risorse necessarie. Tutto questo porta a un’istruzione debole e in peggioramento. Anche lo status sociale degli insegnanti è diminuito, soprattutto perché non ricevono stipendio e benefit completi.” – Insegnante, età non specificata, Cisgiordania
Sul piano economico, sono le donne a sostenere la parte più pesante del lavoro di cura non retribuito, con poche possibilità di reddito stabile e spesso limitate a impieghi informali e precari.
“Avevo iniziato a lavorare poco prima della guerra, a giugno. All’inizio tutto era normale e stabile, lavoravo senza difficoltà. Poi la situazione è cambiata: con le chiusure frequenti e quotidiane era quasi impossibile lavorare. Tornavo a casa senza riuscire a seguire lo studio dei miei figli, senza poter soddisfare i bisogni della casa o prendermi cura dei bambini più piccoli. Questo ha aumentato moltissimo le responsabilità e la pressione.” – Operatrice sanitaria, età non specificata, Cisgiordania
Questa pressione si riflette anche sull’accesso al cibo: molte donne riducono o saltano i pasti per assicurarsi che mangino i figli (UN Women, 2025), mentre devono raggiungere mercati lontani, costosi e talvolta pericolosi.
“A volte restavamo per giorni interi senza nemmeno un pezzo di pane, perché il coprifuoco valeva anche per i negozi e le botteghe. Se a casa non hai farina, devi aspettare che il coprifuoco venga tolto. Per affrontare queste crisi, condividevamo il cibo che avevamo con altre famiglie nella stessa situazione. Abbiamo vissuto momenti molto duri a causa della mancanza di reddito e dei coprifuoco, e noi donne soffrivamo soprattutto per la mancanza di cibo.” – Donna, età non specificata, Cisgiordania
A tutto questo si aggiungono le restrizioni edilizie e le demolizioni, che obbligano molte famiglie a vivere in case sovraffollate e insicure, senza privacy né protezione adeguata, con un impatto diretto sulla dignità, sulla salute e sul benessere di donne e ragazze.
“Sento che lo sfollamento è vicino ed è molto spaventoso. In questo momento siamo più vulnerabili che mai, con un ordine di demolizione (…) Ho paura di essere costretta a lasciare la mia casa, e allo stesso tempo vorrei vivere lontano dal luogo in cui ho perso mio marito.” – Donna, 24 anni, comunità beduina, Cisgiordania
Una violenza che precede la crisi e si aggrava con il conflitto
“Nella nostra società ci sono cause profonde che hanno imposto una certa realtà alla Palestina. La violenza, per esempio, è legata anche alla violenza dell’occupazione (…), ma anche alla povertà, alla disoccupazione, alla pressione psicologica e sociale e, a volte, alla paura.” – Donna, rappresentante della Rural Women’s Development Society
Questa testimonianza aiuta a capire come la violenza di genere in Palestina non sia un fatto isolato né qualcosa che riguarda solo le relazioni personali. È il risultato di dinamiche profonde e strutturali, alimentate dall’occupazione, dalla precarietà economica e da norme patriarcali radicate, spesso rafforzate da meccanismi di controllo legati all’onore. Il conflitto ha reso queste disuguaglianze ancora più evidenti e più dure.
Con il crollo dei servizi pubblici e la perdita di sicurezza, il peso della sopravvivenza quotidiana ricade quasi del tutto sulle donne, che si trovano a sostenere figli e familiari in condizioni di privazione estrema. Le ragazze, in particolare, pagano un prezzo altissimo: hanno una probabilità fino a 2,5 volte maggiore rispetto ai ragazzi di abbandonare la scuola per farsi carico dei lavori domestici, perdendo uno dei pochi spazi di protezione e aumentando l’esposizione alla violenza, ai matrimoni precoci e allo sfruttamento.
Allo stesso tempo, la perdita di padri, mariti o fratelli non è solo un dolore emotivo, ma significa anche perdere un sostegno fondamentale. Molte donne si ritrovano così a essere le uniche responsabili del mantenimento della famiglia, in un’economia ormai distrutta. In questo clima di crisi continua, quando l’instabilità esterna toglie sicurezza e potere agli uomini, spesso aumentano i tentativi di riaffermare il controllo all’interno delle famiglie, irrigidendo regole conservative e accrescendo le tensioni domestiche.
Gesti quotidiani come andare a prendere l’acqua, usare servizi igienici condivisi o spostarsi in orari non sicuri espongono donne e ragazze a rischi crescenti di molestie e abusi. Il sovraffollamento, la mancanza di cibo e lo stress costante aggravano ulteriormente la situazione, mentre i sistemi di protezione vengono meno proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. In questo scenario, la violenza di genere diventa parte di una crisi più ampia e persistente, che colpisce soprattutto chi è già più vulnerabile e mostra quanto sia urgente intervenire non solo sui singoli episodi, ma sulle cause profonde che rendono la violenza possibile e diffusa.
“Le ragazze delle scuole superiori, passando dai checkpoint per andare a scuola, sono state sottoposte a perquisizioni molto umilianti da parte dei soldati. Alcune hanno persino rinunciato al loro sogno di studiare a causa di queste pratiche e delle molestie. I genitori si sono sentiti senza alternative: per esempio, una ragazza ha smesso di andare a scuola dopo essere stata molestata, perché i suoi genitori avevano paura che potesse subire violenze. Abbandonare la scuola è diventata l’unica opzione, e così il sogno di una giovane ragazza di completare gli studi e costruire il proprio futuro è andato perso. Anche donne e ragazze subiscono insulti verbali e gesti o commenti provocatori da parte dei soldati.” – Insegnante, età non specificata, Cisgiordania
“In queste condizioni il rischio di violenze e sfruttamento è molto alto, soprattutto durante la distribuzione degli aiuti o del cibo. Spesso le donne subiscono pressioni o ricatti da parte di chi dovrebbe fornire assistenza. Per esempio, abbiamo seguito il caso di una donna il cui marito era morto. Quando ha chiesto aiuto in un campo, le è stato detto di tornare con suo marito. Anche dopo aver spiegato che era morto, l’aiuto le è stato comunque negato. Alcune donne provano a tornare più tardi, ma le distribuzioni non continuano la sera. Così molte si espongono a molestie o peggio, e ci chiamano per raccontare quello che è successo, chiedendosi perché siano state invitate a presentarsi in orari in cui non c’era nessuno o quando era buio. Da quello che ho visto, questa non è protezione ma sfruttamento. A volte gli aiuti vengono trattenuti o dirottati invece di essere usati per proteggere chi ne ha bisogno. I pacchi alimentari dovrebbero contenere materiali specifici, ma alcune donne non ricevono tutto quello che spetterebbe loro.” – Donna, rappresentante di un’organizzazione guidata da donne
“Molte donne che si trovano in queste situazioni sono state ricattate, aggredite o sfruttate a causa del bisogno (…) Nei rifugi, alcune donne hanno subito estorsioni e altre forme di sfruttamento. I matrimoni forzati di bambine e ragazze sono aumentati, spesso come modo per ridurre il costo economico causato dalla povertà e dallo sfollamento. Questi problemi sociali emergono più avanti, perché in questo momento la priorità assoluta è sopravvivere.” – Donna, rappresentante della Rural Women’s Development Society
Né vittime né eroine: la resilienza quotidiana delle donne palestinesi
In tutta la Palestina, ci si aspetta che siano le donne a reggere il peso dell’instabilità, così che le comunità possano andare avanti. Eppure, il racconto che ne viene fatto è quasi sempre troppo semplice: o donne viste solo come vittime passive, schiacciate dal conflitto e dalle disuguaglianze, oppure come eroine instancabili, celebrate per una forza che sembra non finire mai. Le donne palestinesi raccontano invece un’altra realtà, che sta nel mezzo: una realtà fatta di stanchezza, ma anche di quotidianità, di scelte e di continui adattamenti.
Le strategie di resilienza, legate al concetto di sumud, attraversano ogni aspetto della vita. Le donne gestiscono la scarsità di acqua e cibo, improvvisano soluzioni per l’igiene, tengono insieme il lavoro domestico e cercano soluzioni con attori locali e umanitari per migliorare l’accesso ai servizi. Allo stesso tempo, si prendono cura di sé e degli altri attraverso il sostegno reciproco, la spiritualità e i legami familiari e comunitari. Negli spazi destinati all'istruzione, madri e insegnanti adattano spazi e tempi dell’apprendimento, individuano chi è più a rischio e provano a limitare i danni della crisi, offrendo anche modelli diversi di leadership femminile.
“Sono diventata molto brava a gestire le scorte e tutto quello che serve in casa. Prodotti per l’igiene, farina, zucchero… ogni cosa viene calcolata con attenzione per farla durare il più possibile. Tengo sempre d’occhio la dispensa e mi assicuro che tutti in famiglia sappiano quando qualcosa sta per finire. Ognuno ha la responsabilità di avvisare gli altri quando un prodotto scarseggia.” – Donna, età non specificata, Gaza
“Quando non c’è acqua, usiamo salviettine o aceto per pulire e sterilizzare. Come dicevo prima, conserviamo l’acqua in contenitori per usarla quando serve. Per il sapone, quando la saponetta diventa troppo piccola e si rompe, mia madre raccoglie i pezzetti, li tritura e li avvolge in una garza. Quando non c’è altro, usiamo quelli. E quando non ci sono assorbenti, utilizzo un panno di cotone pulito.” – Donna, età non specificata, comunità beduina, Cisgiordania
“Sono le donne stesse a organizzare incontri di ascolto e supporto psicologico, creando spazi dove potersi sfogare e aiutarsi a vicenda. Durante questi incontri, le donne sfollate condividono le loro esperienze e si danno forza l’una con l’altra, ognuna contribuendo in base alle proprie competenze, al livello di istruzione e all’esperienza di vita. Si parla di questioni molto pratiche, come prendersi cura degli anziani durante le crisi o come aiutare i bambini in condizioni così difficili. Prendersi cura degli altri è una forma di forza e di resistenza: riuscire a farlo in queste circostanze richiede una grande energia e diventa un modo per restare salde, forti e capaci di andare avanti insieme.” – Donna, 59 anni, Cisgiordania
A Gaza, in Cisgiordania e nella diaspora, queste strategie cambiano a seconda del contesto, ma il messaggio resta lo stesso: le donne non sono solo vittime né semplici simboli di resistenza. La nostra ricerca rifiuta queste semplificazioni e riconosce le donne palestinesi nella loro complessità, come persone a pieno titolo, con identità, bisogni, contraddizioni e aspirazioni proprie.
Essere operatrici umanitarie in Palestina
Accanto alle strategie di resilienza che le donne mettono in pratica ogni giorno, sta cambiando anche la risposta umanitaria. A Gaza e in Cisgiordania, l’insicurezza continua e la fragilità strutturale hanno costretto molte organizzazioni a mettere in pausa progetti di lungo periodo – come l’empowerment, l’advocacy legale e il cambiamento sociale – per concentrarsi sulla gestione dell’emergenza. È spesso una scelta obbligata, ma che lascia segni profondi sulla continuità e sulla sostenibilità degli interventi.
È anche in questo contesto che si colloca la ricerca, che raccoglie le voci delle organizzazioni femminili e femministe e le esperienze dello staff umanitario di WeWorld. Operatrici e operatori raccontano come il lavoro sul campo stia cambiando, come si trasformino i bisogni delle donne nelle comunità e quali sfide personali si trovino ad affrontare ogni giorno. In Palestina, le donne sono una parte centrale della forza lavoro umanitaria e operano nei settori della salute, della protezione, dell’istruzione e del lavoro comunitario, spesso in condizioni di sicurezza molto limitate. Ogni giorno si espongono a molteplici rischi – come bombardamenti, molestie, violenze – che si sommano a barriere legate al genere, come la mobilità limitata, carichi di cura più pesanti e una maggiore esposizione alla violenza di genere. In molti casi, le responsabilità professionali e personali si accumulano senza infrastrutture adeguate, senza reti di supporto stabili e con un sostegno psicosociale insufficiente.
“Nei bagni non c’è sicurezza né privacy… mancano prodotti per l’igiene e acqua… ci sono file interminabili e dobbiamo fare lunghi tragitti per portare l’acqua.” – Donna, Gaza
“Viviamo costantemente nella paura e nello stress… proviamo un misto di orgoglio e amore per il nostro lavoro, ma anche una forte pressione psicologica e una grande stanchezza.” – Donna, Cisgiordania
Nonostante tutto, per molte operatrici il proprio ruolo resta fondamentale: fare da ponte, portare e tradurre le voci delle donne nei processi decisionali. Il loro lavoro non è solo operativo, ma anche profondamente umano ed etico, basato sulla responsabilità verso le comunità e sull’ascolto delle esperienze vissute. Dalle interviste emerge con forza anche il valore delle relazioni tra donne, che diventano spazi di fiducia, sicurezza e supporto emotivo.
“Sento una grande responsabilità: fare in modo che le voci delle comunità arrivino davvero all’organizzazione per cui lavoro.” – Donna, Cisgiordania
“Per me, essere una donna che lavora nel settore umanitario è una grande opportunità per stare accanto agli altri, anche solo a livello emotivo, e aiutare un’altra donna a superare le crisi, restare forte e crescere.” – Donna, Cisgiordania
“Sono una donna che lavora duramente e provo orgoglio per quello che riesco a dare a tante donne stanche, la cui vita è cambiata dopo la guerra. Quando ascolto donne che vivono le mie stesse difficoltà – andare a prendere l’acqua, trovare un modo per cucinare, lavare tutto a mano – cerco di essere forte e determinata, per diventare un esempio per loro.” – Donna, Cisgiordania
Oltre la resilienza: perché serve un approccio trasformativo di genere
Quella che da fuori viene spesso chiamata “resilienza” è, in realtà, una lunga e faticosa forma di sopravvivenza, una pratica politica portata avanti perché non ci sono alternative. Nel linguaggio umanitario si tende a celebrare la forza delle donne, ma quando quella forza è richiesta continuamente e senza un vero sostegno, rischia di diventare un’altra forma di violenza. Come emerso dalle tante interviste, le donne palestinesi non si adattano perché le condizioni siano accettabili, ma perché crollare non è un’opzione.
Per questo, la richiesta più urgente del report è la cessazione immediata delle ostilità e della catastrofe umanitaria in corso, poiché non può esserci una risposta umanitaria davvero efficace finché continuano la violenza e l’occupazione. Ma il messaggio non si ferma qui. Proprio perché la ricerca analizza l’impatto specifico delle crisi sulle donne, le raccomandazioni vanno oltre il semplice appello alla tregua. Il report sceglie di non romanticizzare la resilienza e invita a guardare oltre l’emergenza, promuovendo un approccio trasformativo di genere capace di affrontare le disuguaglianze strutturali che il conflitto ha aggravato.
In concreto, questo significa investire nel tempo nella leadership delle donne, garantire che partecipino davvero alle decisioni e sostenere direttamente le organizzazioni femminili locali. Significa anche rafforzare l’autonomia economica delle donne e mettere in campo strumenti efficaci per prevenire e contrastare la violenza di genere. Ciò che serve è sostenere le donne palestinesi e le organizzazioni guidate da donne, alleggerire il peso che portano ogni giorno e fare in modo che la loro voce e il loro potere decisionale siano centrali nella gestione della crisi e nella ricostruzione futura, senza ripetere gli stessi modelli di esclusione.

