Nelle ultime settimane, la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda hanno confermato nuovi decessi collegati a un focolaio di Ebola che, secondo le prime ricostruzioni, potrebbe essere rimasto inosservato per quasi un mese. Il primo caso fatale risalirebbe infatti ad aprile e avrebbe coinvolto un operatore sanitario: un elemento particolarmente allarmante, perché suggerisce che il virus possa essersi diffuso silenziosamente prima dell’attivazione delle allerte sanitarie.
Una delle principali criticità riguarda la diagnosi. I sistemi di rilevamento presenti nell’area sono stati sviluppati soprattutto per identificare la variante Ebola Zaire, mentre il ceppo attualmente sospettato sarebbe quello di Bundibugyo. Per questa variante non esistono vaccini né trattamenti approvati e la capacità di analisi resta molto limitata di fronte a un’epidemia potenzialmente in espansione.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’emergenza di interesse internazionale, citando proprio l’assenza di contromisure specifiche per questo ceppo nonché la trasmissione interumana confermata, la limitata sorveglianza epidemiologica e l’insicurezza nelle zone colpite.
Il caso di Goma cambia lo scenario regionale
La situazione ha assunto una nuova dimensione con la conferma di un caso a Goma, capoluogo del Nord Kivu e importante snodo commerciale tra la Repubblica Democratica del Congo e i Paesi vicini. La donna contagiata avrebbe contratto il virus dal marito, deceduto nella provincia dell’Ituri, a diversi giorni di viaggio su strada.
L’Ebola si trasmette attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei infetti di persone malate o decedute, ma il contagio può avvenire anche attraverso superfici o oggetti contaminati, come indumenti, lenzuola o strumenti sanitari non adeguatamente sterilizzati.
Tra gli aspetti più critici nella gestione dell’epidemia ci sono, infatti, l’assistenza ai malati e le pratiche funerarie tradizionali. Chi entra in contatto con persone infette senza adeguati dispositivi di protezione o partecipa alla preparazione dei corpi durante le sepolture può essere esposto a un rischio molto elevato di contagio.
Ad aumentare l’allerta, c’è anche il fatto che Goma non è una città isolata. È un punto strategico di transito per persone, merci e interventi umanitari e questo aumenta in modo significativo il rischio di diffusione regionale.
Il lavoro di WeWorld
Rispondere a un’epidemia di Ebola in questa regione resta particolarmente complesso. La Repubblica Democratica del Congo affronta una delle crisi umanitarie più gravi e articolate al mondo: anni di conflitti armati, sfollamenti interni e ripetute ondate di violenza hanno devastato le comunità e aumentato in modo significativo i bisogni urgenti. Oggi si stima che oltre 21 milioni di persone nel Paese necessitino di assistenza umanitaria.
WeWorld è presente a Goma e nel Sud Kivu con programmi di intervento umanitario. La conferma del caso nella città ha portato a un immediato rafforzamento delle misure interne di sicurezza e prevenzione, tra cui il monitoraggio quotidiano della situazione, l’aggiornamento dei protocolli sanitari, la formazione del personale e un’attenzione rafforzata agli spostamenti tra aree ad alto rischio.
Nell’est del Paese, le persone sfollate interne vivono spesso in campi sovraffollati, privi di servizi igienico-sanitari adeguati e senza accesso ad acqua sicura. L’insicurezza e la carenza di risorse ostacolano ulteriormente l’azione umanitaria, mentre le infrastrutture sanitarie e i sistemi comunitari per l’approvvigionamento idrico risultano gravemente compromessi.
In questo contesto, WeWorld è impegnata nel ripristino e nel rafforzamento dei servizi igienico-sanitari essenziali, fondamentali per la salute pubblica. In alcune comunità, tuttavia, permane una forte diffidenza verso istituzioni e organizzazioni internazionali. Inoltre, alcune pratiche tradizionali possono ostacolare le attività di prevenzione se non accompagnate da un lavoro di sensibilizzazione continuo e rispettoso. Per questo, la prevenzione passa anche attraverso la relazione con le comunità: la diffusione di informazioni corrette, l’ascolto e la costruzione di rapporti di fiducia sono elementi fondamentali per contrastare stigma e disinformazione.
L’Ebola non è una crisi confinata a un singolo territorio, ma si muove con le persone, attraversa confini e segue le rotte quotidiane della vita, del commercio e della migrazione. Per questo la risposta non può essere frammentata, serve coordinamento tra gli attori, rafforzamento dei sistemi sanitari locali e un lavoro costante a stretto contatto con le comunità.
In questo scenario, la presenza di WeWorld sul territorio significa intervento operativo, ma anche vicinanza alle persone che vivono l’emergenza ogni giorno.
