Scuola per disimparare gli schemi imposti e creare nuovi modi di agire. 

Napoli, giugno 2026, articolo di Michela Mame Diara Palermo 

Dal 12 al 14 giugno, negli spazi di Hopestel, un’oasi verde nel cuore di Napoli, ha preso forma quella che molte di noi immaginano quando pensano a una scuola diversa: una scuola per disimparare. Disimparare ciò che ci è stato insegnato come naturale, inevitabile, universale. Disimparare le norme che regolano i corpi, i desideri, le relazioni. Disimparare il silenzio. 

Da dove veniamo 

In un contesto politico e sociale in cui l’educazione sessuo-affettiva continua a essere assente o marginalizzata nei percorsi scolastici, costruire spazi di confronto e formazione critica diventa un atto profondamente politico. Come ci ha insegnato Michel Foucault, il potere non agisce soltanto attraverso divieti e repressioni, ma produce sapere, definisce ciò che è normale e ciò che non lo è, stabilisce quali corpi possano essere visibili e quali invece debbano restare ai margini.

Per questo, da una prospettiva femminista e intersezionale, educarsi alla sessualità, all’affettività e alle differenze significa molto più che acquisire informazioni: significa sviluppare strumenti per leggere criticamente la realtà e riconoscere come le disuguaglianze di genere, classe, provenienza, orientamento sessuale e abilità si intreccino nella vita quotidiana. 

La Summer School di WeWorld 

La Summer School organizzata da WeWorld, nell’ambito del progetto Global Districts co-finanziato dall’Unione Europea in sinergia con il progetto Wishing a Future - anno 2 sostenuto dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo, ha rappresentato proprio questo: un laboratorio collettivo di immaginazione politica, che ha riunito giovani donne e soggettività femminilizzate provenienti da percorsi differenti ma accomunate dalla volontà di interrogare il presente e costruire alternative. 

Per tre giorni abbiamo attraversato parole, pratiche e visioni. Attraverso talk, laboratori e momenti di confronto, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare attiviste, professioniste e amministratrici che ogni giorno trasformano i territori che abitano. 

Abbiamo ascoltato le esperienze di Benedetta De Nicola, insegnante e fondatrice di Archetipe – Narrazioni Ribelli, bookclub transfemminista intersezionale partenopeo; di Chiara Guida, ex consigliera comunale a Napoli ed ex assessora del Comune di Arzano; di Stefania Ragozino, urbanista impegnata nello studio delle città da una prospettiva di genere, prima ricercatrice per l’Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo, organo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (da qui in avanti CNR-IRISS); di Annalisa Sirignano, attivista di ‘Ccà nisciun’ è fessa che lavora sui temi della salute sessuale e dell’accesso ai servizi IVG; e di Gabriella Esposito, curatrice del Laboratorio “Città di Genere”, dirigente di ricerca CNR-IRISS.  

Le loro storie ci hanno ricordato quanto sia importante la rappresentazione femminile negli spazi decisionali e quanto sia necessario raccontare le esperienze di chi, ogni giorno, attraversa e trasforma la città nonostante gli ostacoli strutturali che ancora limitano la piena partecipazione delle donne e delle soggettività marginalizzate. 

Abbiamo smontato muri costruiti dalle parole e cercato nuovi linguaggi per nominare bisogni spesso invisibilizzati. Abbiamo attraversato lo spazio urbano con i nostri corpi, provando a osservare la città dal punto di vista di chi incontra quotidianamente barriere fisiche, economiche o culturali, grazie alla collaborazione con Prime Minister – scuola di politica per giovani donne. Abbiamo immaginato pratiche di cura collettiva, sperimentato forme di espressione attraverso la fotografia partecipativa in un laboratorio curato da ASDA (Associazione Studenti e Diaspora Africana) e lasciato emergere emozioni e conflitti nel laboratorio di arteducazione ispirato al Teatro dell’Oppresso. 

Cosa ci portiamo a casa 

Ci siamo viste, ascoltate e riconosciute. E in un tempo storico segnato dalla frammentazione sociale e dall’individualizzazione dei problemi, costruire comunità è diventato forse il gesto più radicale. 

Perché il femminismo non è soltanto una teoria critica; è anche una pratica collettiva che crea connessioni, produce sapere condiviso e apre possibilità di trasformazione. Come scrive bell hooks: 

Il femminismo è per tutti proprio perché immagina un mondo libero dal dominio e dalle gerarchie che limitano le vite di ciascuna e ciascuno. 

L’ultimo giorno abbiamo raccolto riflessioni, desideri e proposte in una fanzine collettiva pensata per arrivare a chi prende decisioni sulla città. Un modo per trasformare l’esperienza vissuta in una presa di parola pubblica, per contrastare il silenzio e rivendicare il diritto di partecipare alla costruzione degli spazi che abitiamo. 

Perché immaginare la città che vorremmo non basta. Occorre continuare a desiderarla, raccontarla e costruirla insieme. Riprendendocela con le nostre voci, i nostri corpi e le nostre pratiche quotidiane di resistenza.