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30 settembre 2015

WeWorld presenta la prima indagine nazionale sui NEET

 

WeWorld, in collaborazione con la Coop. “La Grande Casa”– CNCA e la Rivista “Animazione Sociale” e con il Patrocinio dell’ANCI è orgogliosa di presentare la prima indagine nazionale sul fenomeno dei Neet: GHOST. Indagine sui giovani che non studiano, non lavorano o non si formano.
Un progetto che per WeWorld ha radici profonde nel lavoro sulla dispersione scolastica, dopo aver cercato di capire quanti sono i ragazzi che lasciano la scuola crediamo sia indispensabile indagare chi sono i NEET, giovani che non studiano, non lavorano o non si formano e quali sono le ragioni alla base di questo fenomeno. Attraverso diverse tecniche di indagine, l’obiettivo è conoscere questo fenomeno sotto molteplici aspetti.

“Le mie esperienze scolastiche e l’approccio al mondo del lavoro mi hanno portato a sviluppare sempre maggiore ansia e insicurezza. Il malessere diventato ormai fisico nell’affrontare una nuova sfida è tale da bloccarmi in una condizione di stallo, per migliorare questa situazione forse dovrei fare delle esperienze di gratificazione che compensino quelle negative già ampiamente provate” – Giulio, 23 anni, disoccupato.

Il tema Neet è sempre più oggetto di attenzione da parte di istituzioni e Media, sia nazionali che europei. Cresce l’attenzione ma cresce, anche, la sensazione della pericolosità nell’usare genericamente questa terminologia, in quanto appare, sempre più chiaramente, che tale termine è un contenitore di situazioni diversissime e che eccessive generalizzazioni corrono il rischio di etichettare in senso negativo e indistinto la situazione specifica di molti giovani.

Da qui nasce il progetto di ricerca. Continua infatti ad aumentare la quota di giovani fuori dal processo formativo e produttivo del Paese: Neet (Not in Education, Employment or Training), giovani non più inseriti in un percorso scolastico/formativo ma neppure impegnati in un’attività lavorativa.

 

“IO DISPERSO SCOLASTICO E NEET”

Ad emergere da Ghost è una preoccupante correlazione tra questo fenomeno e la dispersione scolastica: 1 ragazzo su quattro, tra quelli considerati NEET, infatti, ha alle spalle un percorso scolastico legato al all’abbandono scolastico.

La dispersione scolastica nel nostro Paese ha assunto dimensioni allarmanti, con il 15% di ragazzi che abbandonano gli studi, l’Italia è in fondo alla classifica europea la cui media è pari al 11,7%, e continua a scontare un gap con gli altri Paesi, come ad esempio la Germania dove la quota è sensibilmente più bassa (9,5%), o la Francia (8,5%) e il Regno Unito (11,8%). Un divario che aumenta se guardiamo al Sud ed alle Isole, dove vi sono regioni ben lontane dalla media europea (Sardegna 24,3 , Campania 22,2%, Puglia 19,9%). La crisi economica rischia di compromettere i passi in avanti fatti dal 2000, quando gli early school leavers (coloro che abbandonano precocemente la scuola, secondo la definizione in uso in Europa per la dispersione scolastica) risultavano il 25,3%.

I percorsi scolastici accidentati (segnati da bocciature, interruzioni, cambi di indirizzo, etc.) sono spesso precursori della condizione di Neet, alla quale sappiamo che concorrono altri fattori importanti: la condizione economica e sociale d’origine, la situazione famigliare e personale (disoccupazione di uno dei genitori, separazione, malattia…), il contesto economico nazionale. In particolare rispetto al loro percorso di studi, la famiglia assume un ruolo determinante e quasi deterministico genitori con titolo di studio basso avranno con ogni probabilità figli poco istruiti.

L’indagine Ghost ci ha dato l’opportunità di chiedere a questi ragazzi di raccontarsi, di parlarci dei percorsi che li hanno portati fino a lì.
“Chiaramente perché non faccio nulla in questo momento. Niente. Per un percorso mio. Nel senso che mi scoraggia tutto ciò che vedo e che sento in giro. Dai miei, dalla gente in giro, dai miei amici, ne ho alcuni un po’ più grandi di me che lavorano da 2-3 anni e ne vedono di tutti i colori, vengono trattati come schiavi, magari senza essere nemmeno pagati. Io stessa quando ho approcciato persone che potevano darmi lavoro, sono sempre molto poco sicuri, in nero, non ti garantiscono manco uno stipendio sicuro. Sicuramente non sono lavori per durare.
Mi viene il pensiero che non vale la pena nemmeno iniziarlo, perché se ci spendo i soldi sopra per arrivare e manco ci guadagno abbastanza e chissà per quanto poco tempo, è solo uno stress per me.”
(Roma) 21 anni, italiana, Neet (disoccupata)

Sono state raccolte in modo approfondito le storie di 42 ragazzi in sette città: Torino, Milano, Pordenone, Palermo, Napoli, Roma, Bari.
Nelle storie dei Neet è poco presente la partecipazione a realtà associative e gruppi organizzati siano essi di tutela ambientale, sport, cultura, politica o impegno sociale o solidaristico. La scuola, intesa come ambiente educativo appare poco presente e poco viva. Emerge la fisionomia di scuola che non entusiasma e crea poca appartenenza. Appare quasi del tutto assente l’esperienza dell’orientamento scolastico sia nel passaggio verso le superiori sia verso percorsi successivi.

 

IL GIUDIZIO DEI RAGAZZI SUI NEET. I PIU’ CRITICI SONO PROPRIO LORO.

Parte integrante del progetto di ricerca è un sondaggio nazionale che ha coinvolto 1000 giovani (sia maschi che femmine), realizzato da IPSOS che ha permesso di cogliere il punto di vista dei giovani su alcune tematiche connesse all’essere giovani e al “fenomeno Neet”. In particolar modo si coglie bene come i ragazzi vedano i Neet: fannulloni, chiusi, poco speranzosi.
Proprio questa dicotomia – tra “chi ce la fa” e “chi no”, “chi ha alle spalle una famiglia che sostiene e ispira” e “chi si sente schiacciato da un futuro che vede sempre più nero” – sembra essere destinata a crescere.
Ed è proprio qui che crediamo si debba intervenire.

 

COSA FARE

Crediamo si debba implementare una strategia che punti a prevenire il fenomeno Neet, che deve essere necessariamente complessa e articolata, toccando tanto le scuole, quanto le famiglie, la formazione, quanto il lavoro. Le varie esperienze di prevenzione e contrasto della dispersione scolastica (in particolare quella di WeWorld in sette regioni Italiane, Piemonte, Lombardia, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, con il programma Frequenza200, il più ampio programma nazionale non profit sul tema dell’abbandono scolastico) hanno mostrato che solo costruendo stabili relazioni tra scuola, famiglia e territorio è possibile creare un ambiente favorevole al recupero dei ragazzi più fragili, a rischio di abbandono scolastico.

L’abbandono scolastico colpisce in modo sproporzionato studenti provenienti da ambienti sociali svantaggiati. Se si vuole offrire a tutti i giovani cittadini, italiani o stranieri, la possibilità di aspirare ai livelli più elevati della formazione, bisogna individuare quali strumenti formativi sono più efficaci nel recupero dei divari, in particolare dal punto di vista del possesso delle competenze di base.
Il POFT (Piano dell’Offerta Formativa Triennale) delle scuole di primo e secondo grado dovrebbe darsi obiettivi inclusivi da raggiungere con un’offerta variegata che tenga conto delle specificità sociali della propria utenza, con l’impegno ad accompagnare al termine del percorso di studi un numero sempre maggiore di studenti.

Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca dovrebbero raccordarsi al fine di individuare, allocare risorse per finanziare (nel tempo) e valutare l’efficacia di progetti di sostegno ed incentivazione allo studio. Il Governo ha una grande responsabilità nel favorire questo processo di collaborazione, dovrebbe favorire e incentivare la nascita di scuole aperte al territorio e di reti tra scuole ed enti.

È fondamentale infine che i giovani possano vivere esperienze che li rendano effettivamente responsabili delle proprie scelte, aiutandoli a interrogarsi su se stessi, sul proprio presente e futuro e sulle competenze necessarie e i percorsi possibili. In questa prospettiva appare necessario aiutare i giovani a pensare alle nuove tecnologie come strumento di capitale sociale. È necessario un lavoro approfondito, volto al rinforzo delle competenze trasversali (sapere lavorare in gruppo, sapere riconoscere cosa so e cosa non so fare, il concetto di responsabilità o puntualità…), per migliorare l’auto-consapevolezza e la fiducia in se stessi.

Leggi qui la versione integrale di GHOST.