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28 gennaio 2014

AGIRE SU STEREOTIPI, LINGUAGGI ED EDUCAZIONE PER VIVERE LIBERI DALLA DISCRIMINAZIONE E DALLA VIOLENZA.

 

Valeria Fedeli – Vice Presidente del Senato

Il percorso iniziato a novembre del 2013 con la presentazione da parte di WeWorld Intervita di “Quanto costa il Silenzio”, prima ricerca nazionale sui costi della violenza di genere, si pone con merito all’interno del percorso di cambiamento avviato con la ratifica della Convenzione di Istanbul nel giugno dello scorso anno.
La Convenzione è infatti il punto più avanzato del diritto internazionale: il primo trattato che riconosce la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e invita ad agire a tutto campo per fermarla.
Occorre agire per finanziare i centri antiviolenza, per inasprire pene e controlli, per valutare l’impatto di genere della politiche pubbliche, ma soprattutto per produrre un cambiamento profondo di contesto culturale, mentalità, abitudini e sistemi di potere che sono oggi maschilisti e discriminatori.

Il femminicidio non è un’emergenza occasionale né un fatto privato, ma una tragedia sociale cronica, ormai strutturale: è questione politica che riguarda tutti.
Ecco perché occorre agire a livello di sistema, modificando le condizioni strutturali, culturali, del lavoro, in cui donne e uomini convivono.
Questo significa agire sugli stereotipi, sui linguaggi, sull’educazione.
Ecco perché la ricerca quanto costa il silenzio promossa e curata da WeWorld Intervita rappresenta una chiave importante di questo processo.
Con la decisione importante di produrre incontri nei territori a partire dalla ricerca, WeWorld Intervita vuole ancora di più incidere sui fattori che generano violenza, chiamando a confronto tutte le realtà che sono coinvolte, dalle scuole ai centri antiviolenza, dalle forze dell’ordine agli operatori della giustizia.

La misurazione del danno economico e sociale della violenza contro le donne ci presenta uno scenario di gravità e peso insostenibile.
La conoscenza dei costi economici e sociali della violenza è il primo passo per rendere concreta l’azione, oltre che un fattore di consapevolezza e responsabilizzazione che può aiutare ad allargare il fronte di chi si batte per il cambiamento.
Per trasformare un Paese a misura di donne in un Paese dove tutte e tutti possano vivere liberi da discriminazioni e violenza occorre in primo luogo superare l’idea che la lotta alla violenza contro le donne sia un tema da donne e una battaglia solo al femminile.

È una battaglia di civiltà, che tutto il Paese deve scegliere e affrontare unito.
I dati sul costo della violenza lo confermano, indicando come sia tutto il paese a rimetterci.

E d’altra parte tutta la questione della partecipazione femminile al Governo del Paese e allo sviluppo sociale ed economico mostra che non è una questione di genere, ma che riguarda tutti.
Secondo l’Ocse aumentare la percentuale di donne che lavorano potrebbe far crescere il PIL, un aumento che Bankitalia indica fino al 7% se si arrivasse a raggiungere il 60% di occupazione femminile, indicato come obiettivo della strategia di Lisbona.

Ecco: a fronte dei costi della violenza ci sono i possibili valori positivi che un paese a misura di donne porterebbe in dote a tutte le persone, in termini di benessere economico e sociale.

Il cambiamento, ripeto, deve puntare su tre fattori: linguaggio, stereotipi, educazione.
Il linguaggio è l’insieme dei modi con cui diamo senso alla realtà e comunichiamo. Nel linguaggio si formano e risiedono gli stereotipi, che sono le immagini mentali con cui rappresentiamo la realtà.
Sono semplificazioni rigide che usiamo come “scorciatoie” rispetto alla complessità del mondo. Sono costruzioni sociali che si radicano poco a poco, fino a divenire idee stabili che si tramandano tra generazioni, nelle famiglie, nelle scuole.

L’uso degli stereotipi di genere produce una rappresentazione rigida e distorta della realtà, che si basa su ciò che ci aspettiamo dalle donne e dagli uomini. Sono aspettative consolidate, che non vengono messe in discussione perché apparentemente fondate su differenze biologiche tra uomini o donne.
Quelle aspettative invece sono rappresentazioni culturali, che derivano dalle esperienze accumulate nel tempo. Gli stereotipi non hanno nulla di naturale, ma presentano il vantaggio di categorizzare, di rendere semplice ciò che è complesso. Sono una forzatura cognitiva, che elimina profondità e differenze.

Perché nel terzo millennio è così difficile adeguare al genere il linguaggio? Si tratta di una questione di potere. Il mondo parla e si rappresenta visivamente al maschile, perché maschile è stata da sempre la storia della società.

In Italia in particolare c’è forte resistenza nel superare un modello culturale maschilista, che non concepisce le donne in posizioni di pari potere.

Superare la banalizzazione delle scorciatoie cognitive e adeguare il linguaggio è quindi un processo difficile e lento.

Una responsabilità in questo senso ce l’ha il sistema mediatico e dell’informazione, che tranne poche eccezioni non ha saputo in questi anni fronteggiare il decadimento culturale, che ha accentuato il peso degli stereotipi e delle discriminazioni di genere.
Servono regole, serve condivisione, serve profonda e costante innovazione e cambiamento culturale.

Ecco perché serve agire su scuola e educazione.
L’intervento educativo è l’unico strumento che abbiamo per contrastare gli stereotipi restituendo alla nostra rappresentazione del mondo e dei generi profondità e complessità, uguaglianza e differenza.
La scuola è l’unica possibilità che abbiamo per cambiare la mentalità delle cittadine e dei cittadini di domani, perché come gli stereotipi la scuola agisce nel lungo periodo ed influenza identità e relazioni delle persone e tra i sessi.