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26 febbraio 2018

COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO: COSA VORREMMO DAL NUOVO PARLAMENTO.

 

Riconosciamo che oggi la cooperazione allo sviluppo è di nuovo al centro dell’agenda politica, con più risorse finanziarie, umane, più iniziative ed idee”. Con queste parole comincia il documento finale della Conferenza Nazionale della Cooperazione allo sviluppo tenutasi a Roma lo scorso 24-25 gennaio 2018. Un evento che se per un verso celebra il rilancio della Cooperazione italiana, da un altro ci invita a fare un bilancio del quinquennio che si conclude e a provare a individuare temi da sottoporre al parlamento ed al governo che verranno dopo il 4 marzo.

In chiave retrospettiva, una data va rimarcata, quella del varo della nuova legge  sulla “cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile, i diritti umani e la pace”, che superando la legge del 1987, ha dato vita ad un sistema di cooperazione duale: il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) a cui sono in capo la programmazione e la valutazione, e la neonata Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) che agisce come piattaforma operativa del sistema italiano della cooperazione. L’altra novità rilevante è il riconoscimento dell’esistenza di un sistema aperto, in divenire, in cui ai soggetti tradizionali (ambasciate, imprese, regioni ed autonomie locali, ONG, università…) se ne affiancano via via altri: associazioni di migranti, del sostegno a distanza, piccoli enti territoriali, imprese sociali.

Accanto a questi positivi elementi di fondo, va sottolineato il graduale incremento di risorse che il parlamento ha messo a disposizione del governo. Sebbene lontana dall’obiettivo auspicato dello 0,7% del PIL, l’Italia non è più tra le cenerentole dell’OCSE. Oggi, è prima in Europa e terza al mondo per investimenti in Africa, con circa 11 miliardi di Euro. Nuovi sono anche i settori (agro business, PMI, green economy, digitale…) e le tipologie di finanziamento (cooperazione delegata, blending, pay for results, e altri). Le risorse gestite dal MAECI sono quasi triplicate.

E’ sicuramente un buon inizio per la rinnovata cooperazione italiana. Rimangono tuttavia alcuni problemi che tutti i governi succedutisi dal 2013 hanno eluso.

Innanzitutto, l’impegno di raggiungere lo 0,7 del PIL in tempi brevi, come hanno fatto già diversi Paesi europei, è sempre a rischio di finire in secondo piano, tanta è la distanza che ancora manca dall’obiettivo (nel 2017, siamo vicini allo 0,3%).

Poi  la questione della coerenza delle politiche. A che serve stanziare centinaia di milioni in aiuti umanitari, se non si depotenziano i conflitti nei quali vengono usate armi prodotte in Italia? L’industria bellica italiana non è mai stata così florida. Con la convinzione che la guerra sia da ripudiare, non crediamo affatto che l’attuale governo e parlamento abbiano fatto abbastanza per fare dell’Italia veramente un Paese che esporta pace e cooperazione. Non bastano le missioni internazionali delle nostre Forze Armate, su molte delle quali continua peraltro a pesare l’annosa questione della confusione tra le risorse per la sicurezza e le risorse per la cooperazione, serve una vera coerenza delle politiche. Non basta riconoscere che tra i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile ce n’è anche uno che parla di pace (l’Obiettivo n. 16). Una politica di cooperazione si fa anche non alimentando i conflitti in Africa e Medio Oriente con le proprie esportazioni belliche. Pertanto, una prima richiesta che noi di WeWorld Onlus facciamo al nuovo parlamento è un impegno esplicito su questo tema.

La questione appena accennata della confusione tra risorse per la cooperazione, indirizzate allo sviluppo equo e sostenibile, e risorse per la sicurezza, è presente anche nella gestione del fenomeno migratorio. Una bella fetta dell’aumento delle risorse per la cooperazione deriva dall’assegnazione allo stesso capitolo di spesa di investimenti fatti per gestire l’accoglienza, lo sbarco o il controllo in mare. L’accoglienza nel rispetto dei diritti umani non è in discussione, lo è invece l’uso di risorse destinate a realizzare progetti di cooperazione allo sviluppo per sostenere i costi del controllo del fenomeno migratorio. Anche su questo punto è necessario fare chiarezza e avviare una politica differente.

Infine, la recente conferenza ha fatto emergere in tutta la sua gravità come ci sia uno scollamento profondo tra quanti si occupano di cooperazione per ragioni ideali e/o professionali (auspicando che tali ragioni non siano mai disgiunte) e un parte dell’opinione pubblica. La cooperazione è entrata nella politica estera del Paese dalla porta principale e non dovrebbe più essere ancillare come si diceva una volta “alla internazionalizzazione delle imprese”. La cooperazione è politica estera e viceversa.  Peccato che una bella fetta dei contribuenti italiani non sappiano ancora che cosa sia, a che cosa serva e perché le tasse dovrebbero finanziarla. Può essere questo un tema per il servizio pubblico della RAI? Vedremo…dopo il 4 marzo.