Da lunedì 23 febbraio, la Repubblica Democratica del Congo ha ufficialmente riaperto il confine con il Burundi nel passaggio Uvira- Gatumba. Si tratta di uno snodo cruciale, non solo per il transito delle merci, ma soprattutto per il destino di decine di migliaia di rifugiati congolesi che sperano di tornare a casa dopo l'attenuarsi del conflitto nel Kivu.

Per tutto il 2025, il Burundi, classificato dalle Nazioni Unite come il Paese più povero del mondo, ha accolto oltre 100.000 persone in fuga dalla guerra. La chiusura del confine, dettata dall'intensificarsi degli scontri, aveva reso la gestione di queste persone estremamente complessa per un Paese già privo di infrastrutture adeguate.

Il conflitto nel Kivu nel dicembre 2025 era arrivato a pochissimi chilometri dal confine burundese, con l’occupazione da parte del gruppo armato M23 della città di Uvira, a meno di 30 km dalla capitale Bujumbura.

Le voci dai campi: il reportage di Sara Milanese

Nel dicembre 2025, il team di WeWorld in Burundi ha accompagnato la collaboratrice di sede Sara Milanese nella visita ai campi dell’Unhcr, dando così voce a chi ha perso tutto per mettersi a riparo delle violenze della guerra in Congo. Tra loro Mambolewa, una madre che allora guardava al futuro con rassegnazione:

«Non torneremo più nella Repubblica Democratica del Congo, il conflitto dura da molti anni e non ne vediamo la fine; il nostro Paese è ormai demolito dalla guerra».

Leggi il reportage integrale di Sara Milanese su Avvenire

Per il Burundi, la riapertura del confine rappresenta oggi una svolta positiva: dal punto di vista economico, permetterà la ripresa degli scambi commerciali verso la città di Uvira, essenziali per l’economia burundese; infatti, il Congo è tra i principali acquirenti delle merci esportate, soprattutto quelle agricole e alimentari prodotte da piccoli coltivatori.  

Dal punto di vista dell’emergenza umanitaria, la riapertura fa sperare che la normalizzazione della situazione politica possa permettere ai rifugiati congolesi di tornare alle loro case in sicurezza.  

Tuttavia, la tensione resta alta, “La settimana scorsa WeWorld, insieme alle altre organizzazioni internazionali, è stata evacuata dal campo rifugiati di Busuma a causa di una manifestazione particolarmente accesa in cui i rifugiati congolesi chiedevano di poter tornare a casa in sicurezza” testimonia Giampaolo Pastorelli direttore Paese per WeWorld in Burundi.

La mancanza di fondi limita l’assistenza umanitaria

La vita nei campi è estremamente dura, soprattutto in un Paese come il Burundi che non dispone di sufficienti risorse per far fronte a questo tipo di emergenze.

Continua Giampaolo Pastorelli “Non ci sono sufficienti risorse per coprire i bisogni primari come cibo e cure mediche: oltre al taglio degli aiuti umanitari registrato in tutto il mondo, il Burundi paga il fatto di non ricevere attenzione a livello internazionale. Noi di WeWorld siamo presenti in questo Paese da 30 anni e abbiamo maturato una profonda esperienza proprio nell’ambito della nutrizione e sicurezza alimentare e dell’assistenza medica. Per questo motivo continuiamo a monitorare la situazione e interveniamo per poter fornire supporto puntuale ed efficace a chi in questo momento si trova in estrema vulnerabilità.”

Il nostro intervento nei campi rifugiati

Al momento, le nostre attività per rispondere a questa emergenza si sono concentrate soprattutto sulla lotta alla malnutrizione, per intercettare i casi più gravi, in particolare tra i bambini con meno di 5 anni, donne incinte o in allattamento, e fornire loro alimenti nutrienti che possano contribuire ad una dieta sufficiente. Nel frattempo, stiamo cercando risorse per poter sostenere i campi rifugiati sia nella fornitura di acqua potabile, anche attraverso la realizzazione di condutture di distribuzione dell’acqua, ad oggi assicurata solo attraverso il trasporto in autobotti, sia attraverso la costruzione di servizi igienici dignitosi che possano almeno soddisfare gli standard minimi richiesti in situazioni d’emergenza. È importante ricordare infatti che l’acqua e l’igiene sono cruciali nei campi rifugiati, soprattutto in Burundi dove il colera è endemico e si sono già registrati dei focolai proprio nei campi; migliorare quindi le condizioni igiencio sanitarie ha un’importanza vitale.