
“Essere al margine è essere parte del tutto, ma fuori dal corpo principale.” Come scrive bell hooks, il margine non è fuori dalla società, ma ne rivela le fratture più profonde. La nostra ricerca “Abitare i margini” nasce da qui: dalle vite di chi condivide gli stessi spazi, ma non le stesse possibilità. Un lavoro che mostra come le disuguaglianze si concentrino ai margini, e come proprio da quei confini nascano analisi critiche e pratiche di trasformazione.
Non sono lontani, solo fuori dal nostro sguardo
Molto spesso immaginiamo i margini come luoghi lontani: periferie remote, contesti estremi, spazi che sembrano non avere nulla a che fare con la nostra quotidianità. Eppure, i margini sono più vicini di quanto crediamo. Abitano i quartieri che attraversiamo ogni giorno senza fermarci a guardare, i territori dove i servizi si diradano e dove le disuguaglianze si amplificano, spesso senza che ce ne accorgiamo.
I margini assumono molte forme e non si manifestano sempre allo stesso modo. Possono riguardare chi siamo, le nostre condizioni di vita, le opportunità disponibili, la possibilità di essere riconosciuti e ascoltati. In contesti già segnati da fragilità sociali, economiche e territoriali, possono emergere quelli che definiamo “margini nei margini”, per cui alcune persone affrontano forme di esclusione aggiuntive, che si sovrappongono e rendono ancora più difficile l’accesso ai diritti e alle opportunità. Guardare ai margini, quindi, significa osservare come le disuguaglianze prendono forma nei contesti concreti in cui si vive.
- Oggi oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta (Istat, 2025) e quasi 1 persona giovane su 6 non studia e non lavora (Istat BES, 2025).
- Si stima che nelle città italiane vivano più di 50mila persone senza dimora (Istat, 2015).
- Le domande di asilo da parte delle persone migranti ammontano a 151mila richieste, ma quasi 2 su 3 (64,1%) vengono respinte alla prima istanza (Istat, 2025).
- L’85% del lavoro non retribuito è costituito dal lavoro di cura, che ricade principalmente sulle donne (OIL, 2025).
- Tra il 2004 e il 2024, la spesa media mensile per l’abitazione in Italia è aumentata dell’8,5%, passando da 293 a 318 euro, confermando un aumento dei costi abitativi che pesa fortemente sui bilanci familiari (Istat, 2025).
Il margine esiste perché esiste un centro
Da oltre cinquant’anni, WeWorld lavora accanto alle persone che si trovano ai margini geografici, economici, sociali e politici in Italia e in più di venti paesi del mondo. Questa presenza quotidiana ci ha insegnato che il margine non è solo un luogo fisico né una categoria che descrive “chi rimane indietro”: non è mai una caratteristica delle persone, ma il risultato di come la società organizza l’accesso a diritti, risorse e riconoscimento.
“Mi viene da pensare all'immagine del precipizio: il margine non è solo uno spazio fisico, ma una condizione psicologica ed economica dove il rischio di scivolare nel vuoto è costante. Oggi il "centro" di questo spazio, non è solo un luogo, ma l'accesso a delle possibilità.” – Antonella Cotugno, Patatrac, Centro F200 “Snodo Hub” Aversa
Il margine, infatti, è una posizione relazionale, che esiste sempre in relazione a un centro. Confini sociali che cambiano nel tempo stabiliscono chi può partecipare pienamente alla vita collettiva e chi rischia di restarne escluso. Questi confini sono il prodotto di politiche pubbliche, trasformazioni economiche, processi culturali, relazioni di potere e narrazioni che circolano nello spazio pubblico.
“Se penso al margine, mi viene da dire che dovrebbe essere il luogo della creazione, perché il confine è il punto in cui si incontrano due mondi diversi. Oggi, però, ho l’impressione che accada spesso il contrario: il confine diventa un luogo di negazione.” — Christian Papini, Caritas Intemelia, Ventimiglia
Ascoltare e raccontare i margini, insieme
Di questo e di molto altro parliamo nel nostro ultimo report “Abitare i margini”. La ricerca non nasce con l’obiettivo di dare una definizione unica di margine né di tracciare una mappa delle aree marginali in Italia. Al contrario, abbiamo voluto costruire una lettura plurale, capace di tenere insieme dimensioni materiali, simboliche, territoriali e relazionali, e di restituire la complessità dei contesti in cui lavoriamo.
Questa scelta nasce dalla consapevolezza che il margine non è una realtà omogenea, né una condizione che si manifesta ovunque allo stesso modo. Dai territori emerge, infatti, una realtà stratificata, fatta di posizioni, condizioni e processi che si intrecciano in modo diverso a seconda dei rapporti di potere e delle dinamiche che li attraversano. La marginalità non riguarda quindi caratteristiche individuali o mancanze personali, ma condizioni e processi che si producono e si trasformano nel tempo.
Per questo abbiamo scelto di spostare lo sguardo: non sono le persone a restare ai margini, ma sono i sistemi sociali, politici ed economici a produrre marginalità.
Per farlo, siamo partite dal racconto delle persone e delle comunità che questi margini li abitano, non come categorie da analizzare, ma come voci da ascoltare, portatrici di esperienze, letture e pratiche che aiutano a comprendere meglio come si producono le disuguaglianze. Ma anche per immaginare modi concreti per ampliare le opportunità e rendere i diritti davvero accessibili per tutte le persone.
La nostra ricerca-azione nelle periferie italiane
Abbiamo condotto una ricerca‑azione in sette dei territori italiani in cui lavoriamo – Milano (Corvetto, Barona e Giambellino), Bologna (San Donato-San Vitale), Roma (San Basilio), Napoli (Scampia-Miano), Cagliari (Sant’Elia), Aversa e Ventimiglia –insieme ai nostri partner BeFree, CEMEA del Mezzogiorno, CADIAI, Fondazione Somaschi, Via Libera Cooperativa Sociale – Gruppo L’Impronta e Patatrac.
Sono territori diversi, ma attraversati da dinamiche comuni: povertà economica, carenza di servizi, disuguaglianze educative, precarietà abitativa e lavorativa, spesso rafforzate da politiche frammentarie. Il nostro approccio è stato volutamente situato, radicato nei contesti locali, perché ogni territorio racconta il margine in modo diverso e non può emergere da un’unica lente di lettura.
Per questo, abbiamo coinvolto tante voci: oltre 330 persone, di cui 237 tra bambini, bambine, donne e persone in transito che partecipano ai nostri programmi, ma anche colleghe e colleghi, partner territoriali, reti di quartiere, istituzioni e organizzazioni della società civile. Attraverso interviste, laboratori e momenti di confronto collettivo, abbiamo raccolto le esperienze di chi vive i margini ogni giorno. Questo lavoro ha permesso di costruire letture condivise per orientare interventi e pratiche nei territori in cui lavoriamo.
Posizione, condizione o processo?
Per la nostra ricerca, abbiamo scelto di distinguere tra i concetti di margine, marginalità e marginalizzazione: tre parole spesso usate come sinonimi, ma che raccontano invece aspetti diversi.
- Il margine è una posizione che nasce dai rapporti di potere all’interno della società, il punto che una persona o un gruppo occupa rispetto a un centro. Una donna di origine straniera vive in un contesto in cui le istituzioni e i servizi sono progettati per utenti madrelingua italiani, con norme e pratiche che danno per scontata una certa competenza linguistica e burocratica. In questo sistema, lei occupa una posizione periferica rispetto al “centro” rappresentato dai cittadini pienamente integrati.
- La marginalità è la condizione concreta che deriva dall’essere in una posizione marginale. Riguarda lo spazio in cui si vive, le opportunità economiche e lavorative, l’accesso a servizi e istruzione, le reti sociali e la rappresentazione politica e mediatica. Una madre disoccupata non riesce a iscrivere il figlio o la figlia al nido perché il sistema di punteggio premia chi ha un’occupazione. Questo limita le sue possibilità di lavorare, creare reti sociali e migliorare la propria situazione economica.
- La marginalizzazione è il processo storico, politico e istituzionale attraverso cui margine e marginalità vengono prodotte, riprodotte o trasformate nel tempo. Ad esempio, nei processi di gentrificazione, una città investe in nuovi servizi, trasporti e spazi pubblici solo in alcune aree centrali o “riqualificate”, mentre altri quartieri considerati periferici restano senza presìdi sanitari, scuole accessibili o collegamenti adeguati.
Interpretare i margini attraverso le sfere della marginalità
Nel nostro lavoro non siamo partite da modelli teorici già pronti, ma da ciò che abbiamo osservato nei territori e dalle storie raccolte. Da qui è nato il modello delle “sfere della marginalità”: uno strumento utile per orientarsi e leggere situazioni diverse senza ridurle a una sola spiegazione. Può essere usato come una legenda: aiuta a capire da quali fattori è composta una certa condizione e come questi fattori si combinano tra loro. Le sfere non sono ambiti separati, ma dimensioni che spesso si sovrappongono.
Abbiamo individuato quattro sfere principali: identità, classe, spazio e sapere. Non sono categorie chiuse né indipendenti. Al contrario, molte delle situazioni osservate si collocano proprio nei punti in cui queste dimensioni si incrociano. Guardare a queste intersezioni permette di capire meglio come si producono le disuguaglianze, ma anche dove si aprono margini di azione e cambiamento.
- IDENTITÀ: La marginalità prende forma, innanzitutto, nel modo in cui una persona viene vista e riconosciuta. Genere, origine migratoria, età e ruolo sociale possono influenzare l’accesso ai servizi e la possibilità di muoversi liberamente nello spazio pubblico.
- CLASSE: Le condizioni di vita non riguardano solo il reddito, ma un insieme di fattori che incidono su ciò che una persona può fare, scegliere e immaginare: lavoro, casa, tempo, salute, mobilità e accesso ai servizi.
- SPAZIO: Lo spazio in cui viviamo e che attraversiamo è modellato da decisioni politiche, investimenti, relazioni sociali e pratiche quotidiane. Tutti questi fattori influiscono su come servizi, opportunità e risorse sono distribuiti sul territorio.
- SAPERE: Quando parliamo di sapere, parliamo di ascolto, di voce e di credibilità, e di come la conoscenza viene prodotta e utilizzata nei territori. Questo processo mostra chi ha il potere di parlare e chi no, e chi influenza davvero le decisioni.
La sfera dell’identità: il margine comincia da chi siamo
Parliamo di margine identitario quando una persona, in base a una o più caratteristiche, viene sistematicamente vista come “diversa” o “fuori posto”. È il margine che si crea quando il corpo, il nome, l’accento, l’indirizzo o la provenienza contano più delle competenze, dei desideri e delle scelte individuali, influenzando l’accesso ai diritti e alle opportunità.
Nella nostra ricerca abbiamo affrontato il tema dell’identità per capire come si costruisce concretamente la marginalità. Lo abbiamo fatto partendo dal corpo, passando per le categorie sociali e arrivando ai contesti e alle narrazioni che definiscono chi è riconosciuto e chi no. In questo percorso ci siamo concentrati su alcune soggettività specifiche – donne, bambini e bambine, persone con background migratorio o senza dimora – per mostrare come il margine prenda forma nella vita quotidiana.
- Il corpo decide chi può muoversi e come: Nella vita quotidiana il corpo è spesso il primo elemento attraverso cui le persone vengono valutate. Il colore della pelle, i tratti del viso o il modo di vestirsi influenzano il modo in cui si viene osservati e trattati nello spazio pubblico. Queste differenze si traducono in esperienze diverse di controllo, sospetto o libertà di movimento, e incidono nel tempo sul senso di appartenenza e di riconoscimento.
“Se tu sei bianco non ti fermano in via Mazzini, cioè diciamocelo. In via Mazzini se tu hai tratti nordafricani ti fermano. Questo fa tantissimo sull'identità, sul senso di appartenenza a un paese.” - Michela Latino, WeWorld, progetto WECARE, Corvetto (Milano)
- Le identità non si sommano, si intrecciano: Le identità non si esprimono mai lungo una sola dimensione. Nelle relazioni quotidiane, al lavoro o a scuola come negli altri contesti di vita, genere, origine, età e condizione sociale si combinano e orientano il modo in cui una persona viene nominata, riconosciuta o ridotta a un’etichetta. Questo intreccio rende alcune forme di esclusione difficili da cogliere se si osservano le categorie separatamente.
“Quando cerco di capire chi è Abdul nella classe di mia figlia, mi rendo conto che prima di dirlo ci vuole una serie di passaggi, perché spesso la prima cosa che si pensa è ‘è quello nero’.” - Andrea Ferrari, Polo Ferrara, Milano
- Non sono le persone a essere ai margini, ma i contesti in cui vivono a produrre marginalizzazione: Molte situazioni di marginalità emergono nei luoghi in cui le persone dovrebbero trovare supporto. Servizi poco accessibili, barriere linguistiche e dispositivi pensati per un pubblico standard finiscono per escludere chi non rientra in quei presupposti. In questi casi, la difficoltà non dipende dalle persone, ma dai contesti in cui si trovano a muoversi.
“Ci sono tante donne straniere che non hanno la possibilità di chiedere aiuto anche per difficoltà linguistiche. Solo un centro antiviolenza ha mediatori: questa è una grave mancanza.” - Ilaria Burrone, Comunità Nuova, Milano
- Lo stigma restringe l’orizzonte del possibile: Le narrazioni che accompagnano territori e gruppi sociali hanno effetti concreti sulle aspirazioni delle persone, in particolare di bambini, bambine e adolescenti. Quando un contesto viene descritto prevalentemente come problematico o rischioso, queste rappresentazioni tendono a essere interiorizzate, incidendo su ciò che viene percepito come realistico o raggiungibile.
- Il territorio può essere una risorsa o una gabbia: I quartieri possono offrire relazioni stabili, senso di protezione e appartenenza, soprattutto per le persone più giovani. Allo stesso tempo, quando l’identità territoriale è fortemente marcata e accompagnata da aspettative limitanti, può ridurre lo spazio di immaginazione rispetto ai percorsi di vita possibili.
“Gli adolescenti con cui lavoro vivono un microcontesto culturale. Sono abituati a riconoscersi nel territorio di Miano, Scampia come se fosse diverso dalla città; infatti, mi chiedono ‘Prof ma voi siete di Napoli?’. Sentono molto questa appartenenza territoriale, da un lato è ancora senso di comunità, dall’altro è come se limitasse la loro capacità di aspirazione, come se ci fossero dei vincoli (contestuali, familiari) che li direzionano verso certi tipi di progetti di vita, a volte è come se fossero già rassegnati.” - Palma Menna, docente ISIS “Attilio Romanò”, Napoli
La sfera della classe: condizioni che aprono e chiudono possibilità
La classe non riguarda solo il reddito, ma l’accesso al lavoro, alla casa, ai servizi e alla mobilità. Il margine prende forma quando queste risorse non sono disponibili allo stesso modo per tutte le persone e l’insicurezza economica diventa uno stato costante di precarietà. Parlare di classe significa quindi capire come le condizioni materiali della vita quotidiana creino esclusione e influenzino la possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale.
Nella ricerca, abbiamo voluto parlare di classe per capire come la marginalità si costruisca a partire dalle condizioni economiche e materiali della vita quotidiana. Ci siamo concentrate su precarietà lavorativa, accesso al reddito, casa e servizi, dando particolare attenzione alle esperienze delle donne, segnate dal peso del lavoro di cura non retribuito, e alle persone giovani, che da un lato incontrano una scuola che spesso amplifica le disuguaglianze, e dall’altro vivono in contesti di precarietà economica e territoriale.
- La povertà è un fenomeno multidimensionale: Nel 2024, l’8,4% delle famiglie italiane viveva in povertà assoluta, per un totale di circa 5,7 milioni di persone, ovvero il 9,8% della popolazione (Istat, 2025). La povertà non riguarda solo il reddito, ma anche il tempo che manca, la difficoltà di spostarsi, l’accesso ai servizi e la capacità di far fronte agli imprevisti. Quando queste dimensioni si combinano, anche le attività ordinarie — come una visita medica o un appuntamento con la scuola — diventano difficili da sostenere.
“Ci sono meccanismi sociali più grandi che impattano su certi territori. Per esempio, lo spaccio di sostanze non è una “scelta” degli abitanti: a un certo punto diventa un’economia che si insedia, assorbe risorse e persone. Ma non tutto il quartiere è spaccio, e questa è una cosa che va detta chiaramente, perché io lo vivo e non è così” - Sara Baglivi, CEMEA del Mezzogiorno, Centro F200 San Basilio (Roma)
- La precarietà è una condizione sempre più stabile: Quasi 1 famiglia monoparentale su 10 fatica ad arrivare a fine mese (Istat, 2025). Contratti instabili e lavoro irregolare, sommati ai costi strutturali di casa, trasporti e salute, tendono a consolidarsi nel tempo, trasformandosi in svantaggi duraturi. Questa condizione incide sulle scelte educative, lavorative e abitative delle persone, e spesso si trasmette da una generazione all’altra.
“Nasci povero e muori povero indipendentemente da quanto ti impegni a fare ed essere.” - partecipante alle attività del Centro F200 Sant'Elia (Cagliari)
- Alcune disuguaglianze pesano più di altre: le donne straniere, ad esempio, incontrano più spesso lavoro informale, barriere linguistiche e una minore possibilità di accedere ai servizi, ritrovandosi in posizioni più fragili anche quando hanno competenze o percorsi professionali alle spalle.
“Molte di queste famiglie vivono di traffici, e le madri sono spesso le prime coinvolte: mercatini di oggetti di dubbia provenienza, piccoli commerci. Un’esistenza basata sugli espedienti: prendo quello che posso, svuoto i pacchi della Caritas, i vestiti, correndo anche dei rischi pur di recuperare quattro gonne da rivendere. Le madri, per svolgere quella funzione economica di cui parlavamo prima, inventano qualsiasi tipo di attività. Sono piccole economie funzionali, che permettono di sopravvivere.” - Dario Anzani, Comunità del Giambellino, Milano
- L’ascensore sociale si è rotto: le condizioni di partenza continuano a influenzare fortemente i percorsi di studio e di lavoro delle persone. Bambini, bambine e giovani che crescono in contesti più fragili incontrano più ostacoli, hanno meno sostegni e rischiano più facilmente di interrompere gli studi o accettare lavori più precari.
“Sono incazzata perché sento che il governo italiano e spesso anche l’Unione Europea faccia ben poco per migliorare le prospettive lavorative di noi giovani. Serve qualcosa di concreto, serve una legge che vieti i tirocini non retribuiti, che stabilisca delle regole ferree anche in questa sfera.” - Lavinia Ferri, WeWorld Academy
- I servizi sono lontani e non funzionano: in molti territori, gli sportelli sono lontani, gli orari poco flessibili e le procedure difficili da seguire, in particolare per le persone con background migratorio, soprattutto se pensiamo alla scarsità di mediatori e mediatrici linguistiche. Così, anche l'accesso ai servizi, un diritto che dovrebbe essere garantito, nella pratica diventa più difficile da esercitare.
“Signora, deve studiare l’italiano… me lo dicono sempre. Mi fa sentire stupida.” - partecipante alle attività di Spazio Donna Giambellino (Milano)
- Il lavoro di cura pesa (ancora) soprattutto sulle donne: Il 71% del lavoro non retribuito è svolto dalle donne, per un valore economico totale di 336 miliardi di euro (OIL, 2025). La cura della casa, dei figli, delle figlie e dei familiari resta un lavoro quasi interamente femminile, spesso non retribuito. Questo, per le donne, incide direttamente sulla possibilità di lavorare o proseguire la propria carriera, e nel lungo periodo significa avere meno reddito, meno tutele e minore autonomia economica.
“Sicuramente le donne hanno un ruolo sociale molto importante, ma non viene riconosciuto: non hanno un reddito, nemmeno in pensione. Nonostante crescano i figli e si prendano cura della casa, il loro lavoro non viene riconosciuto, e questa è una cosa gravissima perché limita chiaramente la loro autonomia economica. L’accento sul tema economico è fondamentale: senza indipendenza economica, le donne restano bloccate in un circolo vizioso; si ritrovano nel ruolo di madri che accettano nella loro tradizione, ma questo ruolo genera una serie di condizioni che le tengono vincolate, insieme ai figli.” - Paola Gelsomini, Basti-Menti, Milano
- Le persone provano rabbia: quando il lavoro non offre stabilità, i servizi sono difficili da raggiungere e la mobilità sociale è bloccata, cresce un senso diffuso di ingiustizia. Questa frustrazione può trasformarsi in sfiducia verso le istituzioni o in tensioni tra gruppi che vivono condizioni simili. È una rabbia che nasce dal sentirsi senza alternative e dalla percezione che, per quanto ci si impegni, gli sforzi individuali non bastano se le condizioni di partenza non sono più eque.
“Per me è ingiusto che gli stipendi di oggi equivalgano al costo della vita di dieci anni fa, mentre ora il costo della vita è molto più alto.” - partecipante alle attività del Centro F200 San Basilio (Roma)
La sfera dello spazio: distanza, accesso, possibilità
Il margine nello spazio nasce quando alcuni luoghi diventano più difficili da raggiungere, attraversare o abitare: quando i servizi sono lontani, i collegamenti scarsi, gli spazi pubblici poco curati o percepiti come insicuri, oppure quando il racconto di un quartiere ne rafforza lo stigma più delle risorse e delle relazioni che lo attraversano. In questi casi, la distanza non è solo geografica, ma diventa distanza dai diritti, dalle opportunità e dal riconoscimento.
Nella ricerca, osservato l’accesso ai servizi, alla casa, alla mobilità, agli spazi di socialità e alle infrastrutture, e analizzato come le scelte di pianificazione urbana, gli investimenti e le politiche pubbliche distribuiscano in modo diseguale risorse e opportunità nei diversi territori. In questo percorso ci siamo concentrate in particolare sulle esperienze di donne, bambini e bambine, adolescenti e persone che vivono in quartieri periferici o in contesti di marginalità territoriale, per mostrare come il margine spaziale prenda forma nelle pratiche quotidiane dell’abitare e nel muoversi tra i territori.
- Le città non sono a misura di tutte le persone: i tempi di spostamento, l’accesso ai mezzi pubblici e la vicinanza ai servizi incidono direttamente sulla qualità della vita, perché rendono più o meno facile raggiungere ciò di cui si ha bisogno. In questo modo, lo spazio può diventare una risorsa oppure un limite che condiziona le scelte quotidiane delle persone.
“Qui il margine si manifesta nella difficoltà ad accedere alle possibilità di crescita e potenziamento personale: l’accesso alla salute fisica e mentale (come sportelli psicologici o corsi per il benessere personale), l’accesso al sostegno genitoriale per acquisire strumenti idonei alla crescita dei propri figli e figlie, e l’accesso ad aree di socialità non vincolate a richieste o performance.” - Équipe CADIAI, Spazio Donna San Donato-San Vitale (Bologna)
- Lo spazio riflette le scelte politiche: in Italia solo il 40,5% degli edifici scolastici è pienamente accessibile (Istat BES, 2025). La pianificazione urbana, gli investimenti e il modo in cui viene amministrato il territorio definiscono quali servizi vengono potenziati, quali zone ricevono risorse e chi può accedervi più facilmente. È attraverso queste scelte che alcuni luoghi diventano più centrali e altri si ritrovano progressivamente ai margini.
“Prima qua c’era una spiaggetta… ci venivano i bambini del quartiere… ora non c’è più nulla perché volevano fare un porto.” - partecipante alle attività del Centro F200 Sant’Elia (Cagliari)
- Le periferie sono i territori più svantaggiati: nel 2024, il 12,5% delle famiglie dichiara di avere difficoltà con il collegamento ai mezzi pubblici, con valori più alti al Sud (16,9%), nelle Isole (14,9%) e nei comuni fino a 2.000 abitanti (22,1%) (Istat BES, 2025). Nei quartieri periferici e nelle aree interne, la combinazione di servizi scarsi, mobilità ridotta e processi di spopolamento limita nel tempo opportunità educative, lavorative e relazionali.
“Molte delle donne che seguiamo non hanno la patente, oppure non possono permettersi una macchina propria, quindi, si spostano principalmente con i mezzi pubblici, che sono pochi e poco frequenti. Per questo capita raramente che escano dal quartiere. Va detto anche che Roma è una città talmente grande che spesso i quartieri sono autosufficienti per i bisogni basilari, ma possono essere carenti dal punto di vista culturale: qui, ad esempio, non c’è un cinema né musei.” - Giulia Paparelli, BeFree, Spazio Donna San Basilio (Roma)
- La casa non è ancora un diritto: sono circa 250mila i nuclei familiari in lista d’attesa per una casa popolare, a fronte di un patrimonio di 800mila alloggi, di cui oltre 80mila non assegnabili perché vuoti per lavori di manutenzione o occupati abusivamente (Il Sole 24 Ore, s.d.). I costi elevati, la scarsità di alloggi accessibili e l’instabilità abitativa non sono solo effetti della povertà, ma fattori che la producono e la rafforzano nel tempo. Quando la casa manca o è precaria, diventa più difficile costruire stabilità, accedere ai servizi e immaginare percorsi di vita a lungo termine.
“L'abitazione stabile, e accessibile come costo, consente una serie di aspetti importanti per l’esistenza di ogni individuo: stabilità e certezza, progettualità futura, possibilità di vivere l’esterno avendo risorse ed energie per aprirsi al territorio e alle relazioni, e opportunità di impegnarsi nella costruzione del proprio percorso identitario.” - Maria Chiara Cela, Darcasa, Milano
- La gentrificazione allontana le persone: i processi di valorizzazione urbana possono migliorare spazi e servizi, ma allo stesso tempo generano pressioni economiche che rischiano di escludere le persone con meno risorse. Così, si indeboliscono le reti sociali esistenti e cambiano i confini tra ciò che è centrale e ciò che resta ai margini.
- La sicurezza è controllo dello spazio: le politiche che puntano sul decoro e sulla sorveglianza degli spazi intervengono soprattutto sugli aspetti più superficiali, invece di affrontare le cause profonde dell’insicurezza, come la mancanza di servizi o la scarsa manutenzione degli spazi. In molti territori, questo approccio si traduce in una presenza esagerata delle forze dell’ordine, che si traduce in una vera e propria militarizzazione dello spazio: controlli ripetuti, retate periodiche e sorveglianza costante che limitano la libertà di movimento e rafforzano lo stigma nei confronti di un territorio, contribuendo a produrre marginalità invece di ridurla.
“Qui a San Basilio si verificano retate di polizia, situazioni per cui ogni tot vengono arrestate molte persone, passano elicotteri alle 5 di mattina, ma non cambia niente. Portano via delle persone, ma la situazione è sempre la stessa.” - Marta Mearini, BeFree, Spazio Donna San Basilio (Roma)
- L’accesso agli spazi è diseguale: lapresenza, e soprattutto la mancanza, di parchi, biblioteche, centri civici e spazi gratuiti influisce sul benessere e sulla possibilità di creare relazioni, soprattutto per le persone piccole e giovani. Dove questi luoghi sono pochi, le occasioni di incontro diminuiscono e le opportunità di crescita si riducono.
- Abitare lo spazio è una pratica di agency: occupare, attraversare e dare un nuovo significato ai luoghi attraverso usi informali, pratiche collettive e presìdi sociali permette alle persone di sentirsi parte della comunità. Queste azioni diventano un modo concreto per contrastare la marginalizzazione e affermare il proprio posto nella città.
“Mettiamo al centro una svastica sbarrata per indicare che tutta San Basilio è una zona antifascista.” - partecipante alle attività del Centro F200 San Basilio (Roma)
La sfera del sapere: le voci di chi abita i margini
Molte forme di conoscenza prodotte ai margini faticano a entrare nei processi istituzionali, restando spesso invisibili o considerate meno affidabili rispetto ai saperi che vengono visti come centrali. Eppure, le conoscenze che vengono dai territori, sono spesso quelli che leggono meglio i problemi che li attraversano e sono in grado di proporre soluzioni concrete.
Nella nostra ricerca abbiamo affrontato il tema del sapere per capire come la marginalità si costruisca anche a partire dalle pratiche che stabiliscono chi ha diritto di parola e da quali conoscenze orientano realmente le decisioni pubbliche. Abbiamo osservato i meccanismi di partecipazione, consultazione e rappresentanza nei territori, ascoltando le esperienze di donne, giovani, persone con background migratorio, operatori e operatrici sociali e comunità locali.
I saperi che nascono dall’esperienza quotidiana nei contesti marginalizzati sono spesso quelli che interpretano meglio i problemi del territorio e individuano soluzioni concrete, ma restano esclusi dai processi istituzionali.
- Le esperienze dei margini molto spesso non contano: i saperi prodotti da donne, giovani, persone con background migratorio faticano a essere riconosciuti come risorse legittime. In questo modo, le conoscenze radicate nei contesti restano fuori dalle decisioni e i problemi concreti non trovano risposte adeguate.
“Il margine per me richiama un gruppo di persone, o un territorio, che non viene ascoltato. C’è una realtà che esiste e che, però, non viene ascoltata.” - Giuseppe Mancini, Coordinamento Territoriale Scampia, Napoli
- Le narrazioni dominanti definiscono chi è dentro e chi resta fuori: etichette mediatiche, discorsi sulla sicurezza e stereotipi creano confini simbolici che pesano quanto le disuguaglianze materiali. La marginalità nasce anche da questi racconti, che decidono chi è visibile, chi viene creduto e chi è riconosciuto socialmente, influenzando il modo in cui persone e territori vengono visti.
- Le persone giovani chiedono spazi di parola, confronto e azione: ragazze e ragazzi esprimono un forte desiderio di essere ascoltate e ascoltati, di partecipare e di incidere sulle decisioni che li e le riguardano. Tuttavia, le persone giovani si trovano spesso a partecipare senza un reale potere decisionale: regole già definite, feedback tardivi e spazi poco negoziabili rendono la loro presenza più formale che realmente partecipativa, limitando la possibilità di contribuire davvero alle decisioni che le riguardano.
- La partecipazione senza un reale riconoscimento generale frustrazione e sfiducia: quando la partecipazione è solo formale e non dà potere decisionale, cresce la sensazione di essere coinvolti e coinvolte solo per apparenza, senza un reale ascolto. Questo genera un forte senso di ingiustizia e porta le persone ad allontanarsi dagli spazi in cui si prendono le decisioni.
“Per cambiare i pregiudizi, bisogna partire dagli adulti. È importante osservare i ragazzi senza farsi guidare unicamente dalle proprie esperienze personali, sviluppando invece un atteggiamento neutro e consapevole. Ciò richiede capacità di autoanalisi, trasparenza nel modo di osservare e attenzione ai propri condizionamenti, così da comprendere davvero i bisogni e le esigenze dei ragazzi che desiderano essere ascoltati.” - Anna Lisa Marinelli, dirigente Istituto Tecnico Statale “Carlo Andreozzi”, Aversa
- La cura è una pratica politica e di sorellanza: il lavoro di cura resta spesso invisibile e non riconosciuto, ma genera competenze importanti nella gestione dei servizi, del tempo e delle relazioni quotidiane. Nei territori nascono iniziative di solidarietà, aiuto reciproco e organizzazione collettiva che mostrano come la cura possa diventare una fonte di forza, autonomia e conoscenza condivisa.
“Le reti di solidarietà tra donne sono fondamentali: per me hanno lo stesso valore dei farmaci salvavita. La solidarietà, la conoscenza, il rispetto, l’empatia, il non giudizio, la vicinanza, in poche parole la ‘sorellanza’ permette alle donne di essere protagoniste delle loro vite e di motivarsi a vicenda per uscire da situazioni molto gravi o anche semplicemente non essere più sole. Non essere sole, poter chiedere aiuto, e quindi resistere e affermare sé stesse, e insieme diventare collettività.” - Antonella Russo, WeWorld, Spazio Donna Scampia-Miano (Napoli)
- Dai margini nascono pratiche di co-produzione dei saperi: nei luoghi dove le istituzioni sono poco presenti o del tutto assenti, le comunità creano reti di solidarietà e pratiche condivise che producono conoscenze legate al territorio, come laboratori, mappature e spazi partecipativi, rafforzando i legami sociali e mettendo in discussione il rapporto tra margine e centro.
Il margine non può essere definito, ma deve essere ascoltato
Il confronto con le persone e con i territori ci ha restituito punti di vista diversi, spesso complementari. Per questo, non abbiamo cercato un’unica definizione di margine. Abbiamo capito che il margine non è un luogo preciso né una condizione fissa, ma una posizione che cambia a seconda dei contesti, dei rapporti di potere e dei racconti che lo attraversano. È una lente che permette di guardare la società da un’angolatura diversa, più vicina ai punti in cui diritti e opportunità si fanno fragili.
Osservare dai margini significa spesso vedere prima, e più chiaramente, le contraddizioni e lo scarto crescente tra i diritti garantiti dalla Costituzione italiana e quelli che le persone riescono davvero a esercitare nella vita quotidiana, mettendo in luce gli spazi in cui le politiche pubbliche non arrivano o producono esclusioni. In questo senso, il margine non è una lente che aiuta a capire come il sistema funziona.
“Per me il margine è un punto di vista, e ogni punto di vista è innanzitutto una possibilità di sguardo. Il margine è da dove guardo il mondo, e un margine, per essere tale, si pone certo in una posizione di lateralità, ma riesce a essere al tempo stesso un tratteggio che tiene tutti dentro.” – Nicola Barbato, poeta e attore, Aversa
“Resistenza. Perché l’esperienza di vivere al margine a volte porta a sentirsi impotenti e invisibili, ma quello che vedo ogni giorno a San Basilio è che allo stesso tempo spesso questa stessa esperienza è una palestra che insegna a non arrendersi e a trovare il coraggio di combattere, sapendo che se non sarai tu a farlo nessuno lo farà al posto tuo.” – Giulia Paparelli, BeFree, Spazio Donna San Basilio (Roma)
Il margine, quindi, è anche un punto di osservazione da cui leggere in modo più nitido il funzionamento della società. Da qui, per noi, nasce il concetto di smarginare. Non significa portare i margini dentro un centro che resta uguale, né adattare le persone a uno spazio già definito. Significa cambiare il centro: renderlo più aperto, redistribuire potere e riconoscimento, creare spazi di partecipazione reale. Vuol dire prendere sul serio ciò che arriva dai margini, come esperienze, bisogni e saperi, e usarlo per modificare le regole del gioco.
Smarginare per abitare il possibile: le “note dai margini”
Da questa riflessione nascono le nostre “note dai margini”, un manifesto politico per riflettere su come la ricerca‑azione ha messo e continua a mettere in discussione il nostro lavoro: come progettiamo gli interventi, come costruiamo le alleanze, come dialoghiamo con istituzioni e stakeholder, e soprattutto come rendiamo centrali le persone che vivono e attraversano i margini ogni giorno.
I risultati della ricerca hanno già contribuito ad attivare e rafforzare le reti territoriali con cui collaboriamo, entrando concretamente nei programmi di WeWorld e diventando uno strumento per chiedere alle istituzioni interventi capaci affrontare le disuguaglianze strutturali ancora presenti nel nostro paese.
- Le identità sono processi in movimento. Le identità non sono fisse: cambiano nei contesti e nelle relazioni. Guardarle dai margini permette di superare etichette semplificanti e riconoscere la complessità delle persone.
- La classe conta ancora, ma non deve condizionare il futuro delle persone. La classe continua a incidere sulle opportunità. Per questo è necessario spostare l’attenzione dalle responsabilità individuali ai meccanismi che producono disuguaglianze e lavorare per un accesso reale a casa, lavoro, istruzione e servizi.
- Lo spazio è un diritto collettivo. I luoghi in cui si vive e i servizi disponibili influenzano concretamente la vita quotidiana. Pensare lo spazio come un diritto significa costruire territori più accessibili, dove muoversi, incontrarsi e partecipare sia possibile.
- Il sapere nasce anche ai bordi. Nei territori marginalizzati si sviluppano pratiche ed esperienze che spesso restano fuori dalle politiche pubbliche. Riconoscerle significa dare più spazio alle comunità nei processi decisionali.
- Smarginare è, quindi, una scelta politica: riguarda il modo in cui si affrontano le disuguaglianze e si costruiscono condizioni più eque.
In definitiva, guardare dai margini non vuol dire spostarsi altrove, ma cambiare prospettiva: vedere ciò che resta fuori e usarlo per immaginare soluzioni che non lascino indietro nessuno.



