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31 marzo 2020

Il Mozambico dopo il Ciclone Idai

SONO ANCORA MOLTE LE PERSONE CHE HANNO BISOGNO DI AIUTO IN MOZAMBICO A UN ANNO DAL CICLONE IDAI

 

Dopo una serie di calamità naturali che hanno colpito il paese nel 2019, l’emergenza umanitaria in Mozambico non può ancora dirsi risolta.

Il 15 marzo dell’anno scorso, il Mozambico è stato colpito dal Ciclone Idai. I venti forti, a più di 100 km/h, e le piogge torrenziali sono arrivate con violenza sulle coste del Paese. Idai ha inizialmente colpito la città costiera di Beira nella Provincia di Sofala per poi proseguire nell’entroterra verso la Provincia di Manica, nel centro del Paese, distruggendo case, ospedali e scuole e inondando intere aree, tra cui la maggior parte dei campi coltivati.

I dati della devastazione all’indomani del Ciclone sono esemplificativi dell’impatto che questa calamità naturale ha avuto sulle comunità locali: 602 i morti e 1.641 i feriti, 223.947 case distrutte, 6.768 casi di colera, 25.758 casi di malaria, 715.378 ettari di campi inondati, 3,504 aule scolastiche danneggiate, più di 94 ospedali colpiti.

Come se non bastasse, appena sei settimane dopo, un altro Ciclone, Kenneth, si è abbattuto sulla provincia di Cabo Delgado nel nord, con venti oltre i 200 chilometri all’ora.

A tutto ciò si aggiunge la siccità nel sud del Paese causata da El Niño, in uno dei paesi con gli Indici di Sviluppo Umano più bassi al mondo (180esimo su 189 paesi), con il 46% della popolazione che vive al di sotto della soglia nazionale di povertà e con un’economia basata principalmente sull’agricoltura di sussistenza. Un paese con una bassissima emissione di CO2 ma che soffre delle conseguenze del cambiamento climatico.

A un anno dall’inizio dell’emergenza, nonostante l’importante sforzo umanitario messo in atto dalle organizzazioni e istituzioni locali e internazionali, i dati sulle condizioni delle persone colpite dal Ciclone sono ancora allarmanti. Secondo l’UNICEF, ci sono ancora 2,5 milioni di persone, metà dei quali bambini, che versano in condizioni di bisogno.

La nostra risposta

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Siamo presenti in Mozambico dal 2000 dove promuoviamo progetti di sviluppo e di educazione, insieme ad associazioni e amministrazioni locali.

All’indomani del Ciclone Idai, in coordinamento con la rete dei nostri partner internazionali e locali, ci siamo subito attivati per fornire assistenza umanitaria alle comunità locali.

La risposta all’emergenza si è concentrata nella Provincia di Manica, e nello specifico, nel Distretto di Sussundenga, una delle aree più colpite. Diversi fiumi e corsi d’acqua hanno subito forti alluvioni, persone hanno perso la vita, le infrastrutture sono state distrutte, molti campi coltivati e pozzi d’acqua sono stati danneggiati. Inoltre, a causa dell’inondazione molti villaggi sono rimasti completamente isolati e, in un primo momento, gli aiuti hanno avuto difficoltà a raggiungere le comunità più bisognose.

Mateus Pita Mateus – attivista e beneficiario della comunità di Zibuia Zomba – racconta di come nella notte delle alluvioni, lui e la sua famiglia, moglie e 5 figli, si sono svegliati con l’acqua che invadeva casa: “Stavamo dormendo e l’acqua ha cominciato ad entrare in casa, quando ci siamo svegliati l’acqua mi arrivava fino al petto. Abbiamo caricato tutto quello che potevamo e siamo saliti sugli alberi. Abbiamo appeso i figli ai rami con dei tessuti e siamo rimasti ad aspettare tutta la notte, fino al mattino, gridando e chiedendo aiuto. Alla fine ci hanno portato con una canoa alla scuola, dove si erano rifugiati tutti i superstiti”.

Mateus, come la maggior parte degli abitanti di queste zone, vive di quello che coltiva nel suo piccolo appezzamento terriero: “il mio campo era pieno d’acqua, completamente inondato e il mais marcito”. Oltre ad aver perso la casa e la propria produzione agricola, fonte di rendita e sussistenza, Mateus e la sua comunità – così come le altre comunità della Provincia di Manica – si abbeverano dai corsi d’acqua e dai fiumi: “Qui non ci sono pompe o pozzi. Non c’è niente. L’acqua la prediamo dal fiume e la bolliamo.” A seguito delle inondazioni le acque dei fiumi sono state contaminate causando forti diarree e divirsi focolai di colera.

Per far fronte alle esigenze igienico-sanitarie di Mateus, della sua famiglia e delle comunità vicine, in partnership con DORCAS, siamo intervenuti con il progetto Resposta Emergencial ao Ciclone Tropical Idai e Inundações Associadas (Risposta Emergenziale al Ciclone Tropicale Idai e alle Inondazioni Associate), coordinato e finanziato da UNICEF. Il progetto aveva l’obiettivo di garantire l’accesso ad acqua potabile e a impianti igienico-sanitari appropriati, nonché quello di promuovere informazioni su buone pratiche e comportamenti di igiene e salute per prevenire la diffusione di malattie.

Durante i mesi di implementazione del progetto (maggio – settembre) abbiamo distribuito 1.374 filtri dell’acqua e 1.294 kit igienici, realizzato 32 latrine di emergenza e 1.301 latrine famigliari.

La campagna di sensibilizzazione e promozione dell’igiene è stata realizzata attraverso la formazione di attivisti locali, tra cui Mateus, che a loro volta hanno svolto attività di formazione in altre comunità. Inoltre, per raggiungere il più alto numero di persone possibile è stato montato, in collaborazione con un centro culturale della zona, uno spettacolo teatrale itinerante che trattava delle tematiche WASH.

Grazie a questo progetto, 10.000 persone appartenenti a 10 comunità isolate hanno ricevuto assistenza igienico-sanitaria. Come testimonia Mateus: “WeWorld ci ha aiutato con i filtri, così possiamo filtrare l’acqua e stiamo bene. Abbiamo sofferto molto con diarrea e colera, ma ora va già meglio perché grazie ai filtri possiamo bere acqua pulita.”

I nostri sforzi hanno portato a risultati importanti ma l’emergenza richiedeva ulteriori azioni e al fine di dare continuità all’intervento nel Distretto di Sussundenga, nel mese di ottobre, è stato dato il via a un progetto coordinato e finanziato dalla FAO con l’obiettivo di ripristinare la capacità produttiva delle famiglie più vulnerabili al fine di garantire la sicurezza alimentare e nutrizionale. Nello specifico, l’intervento si è concentrato su famiglie di piccoli produttori che vivono di agricoltura di sussistenza e che a causa delle inondazioni sono rimaste senza rendita né cibo. In collaborazione con le autorità locali, con i leader comunitari e i rappresentanti di giovani, donne e anziani, le comunità si sono mobilitate indicendo riunioni e assemblee largamente partecipative al fine di identificare le famiglie più vulnerabili. Le 4.000 famiglie identificate sono state registrati e hanno subito ricevuto e-voucher per poter acquistare beni di prima necessità. Infine, a 3.000 di queste famiglie sono stati distribuiti kit di attrezzi agricoli per dar loro la possibilità di riprendere a coltivare nei campi.

Ancora una volta però va sottolineato come l’emergenza umanitaria non sia terminata. Mateus e la sua comunità sono spaventati per il loro futuro anche perché il Ciclone ha portato con sé detriti e sabbia che hanno coperto i campi: “qui dove coltivavamo, ai bordi del fiume, è tutta sabbia ora. Non riusciamo a coltivare. Qui erano tutti campi e l’acqua ha portato via tutto.”

Sono diverse le scuole e gli ospedali ad essere tutt’ora daneggiati e non sono in condizione di assicurare cure e educazione in ambienti sicuri.

Per questo, il nostro impegno con le comunità della Provincia di Manica continua, affinché i diritti fondamentali alla vita, alla salute e allo studio vengano garantiti.