Tredici anni dopo l’inizio del conflitto, la Siria è ancora una delle aree di emergenza umanitaria più gravi e complesse a livello mondiale. Ad aggiungersi alle conseguenze della guerra, della crisi economica e di quella energetica, vi è stato il forte terremoto dello scorso anno, che ha ulteriormente esacerbato i bisogni della popolazione. Oggi nel paese vi sono oltre 16,7 milioni di persone - oltre 70% della popolazione totale - che necessitano di aiuto umanitario (OCHA, 2024).

Siamo presenti in Siria dal 2011 e vogliamo mantenere viva l’attenzione sulla crisi umanitaria a cui è esposta la popolazione siriana, troppo spesso dimenticata. Per questo motivo, abbiamo chiesto ad Andrea Sparro, il nostro rappresentante paese in Siria, di descriverci la situazione del Paese a 13 anni dall’inizio del conflitto, tra le protratte limitazioni di accesso ai servizi di base e le prospettive future.

Ci puoi raccontare le ripercussioni ancora oggi visibili del conflitto nel paese?

Moltissime conseguenze del conflitto sono invisibili, ma anche quelle visibili sono enormi. La principale è l’evidente distruzione di edifici e infrastrutture. Vivendo dentro Damasco non è evidente, ma appena si esce fuori dalla città lo spettacolo è desolante per chilometri, con interi quartieri completamente distrutti. Dove abbiamo gli uffici, ad Aleppo e Deir-ez-Zor, la distruzione si vede anche passeggiando all’interno delle città, in pieno centro: entrambe sono state, per mesi o anni, sotto assedio. Deir-ez-Zor è distrutta per l’80%. Interi quartieri sono vuoti: questa è la seconda conseguenza visibile, la mancanza di persone. Infatti, milioni e milioni di persone sono state costrette ad abbandonare il paese, e intere aree una volta abitate sono adesso deserte.

Un altro aspetto particolarmente visibile è la scarsità di energia elettrica. Le città nelle ore notturne sono spesso buie, contribuendo a dare un’idea generale di desolazione. Questa mancanza è lo specchio di un’enorme crisi energetica nel Paese.

Inoltre, c’è un’evidente e visibile crisi economica, ultimo stadio della crisi che deriva dalla guerra e dalle sanzioni inflitte al paese. Non mi riferisco soltanto alla mancanza di liquidità, all’inflazione galoppante, al tasso di cambio che varia costantemente, né solo alle barriere economiche all’ accesso ai servizi: sappiamo che un sacco di famiglie non possono mandare i bambini a scuola per mancanza di risorse e che gli insegnanti non riescono ad andarci perché il costo dei trasporti è superiore, in alcuni casi, al salario che percepiscono. Parlo ancora della conseguenza visibile di questa crisi economica, l’aumento delle persone che vivono sotto la soglia di povertà è visibile nelle strade.

Infine, un altro aspetto in parte visibile è il grande numero delle persone con disabilità, con un tasso che è il doppio rispetto alle medie degli altri paesi: si stima che ci sia una percentuale di persone con disabilità intorno al 20% sulla popolazione totale.

Quali sono le conseguenze per bambini, bambine e giovani che a causa del conflitto hanno perso anni di scuola? Cosa comporta la perdita di anni educativi per il loro futuro e quello del paese?

La compensazione di tanti anni di scuola perduti è molto difficile, a prescindere dal lavoro che le organizzazioni internazionali stanno facendo. Le scuole o non esistono più, perché sono state distrutte, o non funzionano. Il sistema di educazione formale è in grande crisi e non si vede all’orizzonte una possibilità di recupero strutturale del settore.

Cosa significa per i bambini e le bambine? Significa che diventa difficile, se non impossibile, proseguire gli studi – frequentare una scuola superiore, un’università. Questo fa sì che ci siano meno competenze professionali sul mercato del lavoro, che è già in crisi. Di conseguenza, c’è un grande rischio di maggiore povertà e disoccupazione, e un grandissimo rischio di creare situazioni di dipendenza da altro: da altre persone, da situazioni di sfruttamento o, nel migliore dei casi, dipendenza dagli aiuti economici che vengono dall’esterno, o dagli aiuti umanitari. E la dipendenza è sempre un enorme ostacolo per lo sviluppo.

Ci sono delle conseguenze gravissime sul piano dello sviluppo personale e non soltanto professionale, perché la scuola è anche un veicolo di emancipazione, di crescita, di ascesa culturale, personale, sociale. Più concretamente, il lavoro minorile è già una realtà diffusa: nelle aree in cui lavoriamo incontriamo molte bambine e bambini che già da piccoli hanno la necessità di lavorare in piccole attività commerciali o manufatturiere o su catene di montaggio. Esiste anche il rischio di matrimonio e gravidanze precoci, situazioni di sfruttamento, di violenza di genere. Quello che è in pericolo in generale è il futuro del paese, nel senso che non si formano le persone che dovranno domani ricostruire il paese che è oggi è distrutto a causa della guerra e delle sanzioni.

Quali sono i bisogni primari della popolazione? Sia a causa del conflitto che del terremoto dello scorso anno?

Esistono delle conseguenze, dei bisogni, che sono tipicamente scaturiti dal terremoto per questioni infrastrutturali. Andando in giro per Aleppo, vedi un edificio distrutto e chiedi ai colleghi se è stato il terremoto o la guerra, e nel 99% dei casi la risposta è: “tutti e due, era già distrutto e il terremoto lo ha peggiorato”. A essere state distrutte sono infrastrutture di ogni tipo. Il terremoto ha esacerbato una situazione di per sé già drammatica, soprattutto per quel che riguarda l’accesso all’acqua: molte infrastrutture che riuscivano a fornire acqua sebbene fossero vecchie e inefficienti, sono state severamente danneggiate di fatto sospendendo l’accesso all’acqua di intere comunità. Il terremoto ha anche aumentato il bisogno di supporto psico-sociale, perché la popolazione ha vissuto e sta vivendo un trauma ulteriore.

In realtà, la quantità di bisogni in questo paese è gigantesca e riguarda una fetta estesissima della popolazione, se non tutta. In generale, c’è una grandissima crisi del mercato del lavoro e la necessità di creare opportunità di livelihood (mezzi di sostentamento).

Come stiamo supportando la popolazione siriana dal nostro arrivo nel paese nel 2011?

In Siria è possibile fornire soltanto aiuto umanitario, perché a causa delle sanzioni imposte da Unione Europea, Stati Uniti, e altri paesi non esistono fondi di sviluppo. Noi qui interveniamo basandoci sui bisogni del momento. Quando siamo arrivati nel Paese a inizio degli anni 2010, abbiamo supportato la crisi dei rifugiati iracheni. Negli anni, è tutto quanto cambiato. In generale, forniamo emergency relief, supporto a chi è in stato di necessità in tutti i modi in cui riusciamo a farlo e con le competenze a nostra disposizione: riparo, cibo, energia, educazione, acqua, riabilitazione di infrastrutture, ecc. In particolare, diamo supporto per garantire accesso a un’educazione di qualità e ad acqua sicura e in quantità sufficiente. Lo facciamo lavorando sulla riabilitazione di infrastrutture e sulla formazione al personale degli enti pubblici che si occupano della gestione dell’educazione e dell’acqua. Poniamo l’accento sull’aspetto igienico-sanitario distribuendo beni di prima necessità, dai kit igienici a quelli per l’inverno per sopperire al freddo, perché molte persone vivono senza più una casa, o in case distrutte dalla guerra.

Recentemente, abbiamo iniziato a lavorare su early recovery e livelihood per cercare, sempre dal punto di vista umanitario, di supportare la formazione professionale di giovani e creare un collegamento col mercato del lavoro, perché sebbene sia vero che è in corso una crisi umanitaria, e che i bisogni sono spesso di base, parliamo di una società che non può ripartire senza opportunità di sostentamento. È dunque necessario supportare lo sviluppo delle capacità locali per creare attività generatrici di reddito e rendere la popolazione più resiliente.

13 anni di conflitto, senza vedere una fine. Cosa comporta e comporterà per la popolazione?

Sicuramente osserviamo un senso di paura e insicurezza, perché è vero che questa fine non si vede e sappiamo perfettamente che nella regione i conflitti armati stanno aumentando. Dai nostri tre uffici viviamo e ascoltiamo i bombardamenti che spesso colpiscono zone molte vicine a noi. L’incidenza sulla salute mentale è alta, così come le esperienze traumatiche. La prospettiva per moltissime persone, soprattutto giovani, tra cui anche colleghe e colleghi, è quella di lasciare il paese, migrare, soprattutto verso il nord dell’Europa o il Canada. Perché quello che si prospetta è ancora sofferenza, ancora povertà, assenza di educazione. Senza la fine della guerra e l’abolizione delle sanzioni, le opportunità per la popolazione sono quasi inesistenti.

Ci puoi raccontare la storia che ti ha particolarmente colpito?

Le persone che mi hanno colpito in maniera reale sono i giovani ragazzi – under 30 – del nostro staff nella città di Deir-ez-Zor. La città è stata sotto assedio delle forze non governative per oltre 3 anni; la popolazione locale è in parte scappata nelle zone rurali, o via dal paese, mentre altri sono rimasti dentro, rifugiandosi in un paio di quartieri (gli unici ancora oggi in piedi). Sotto l’assedio non c’era cibo, elettricità né strade per entrare e uscire, con i cecchini pronti a sparare a chiunque si muovesse nelle zone di confine. Per anni queste persone si sono dovute adattare con quello che la terra offriva e che poi non ha più offerto. Molti di loro hanno iniziato a lavorare per SARC (la Croce Rossa siriana) per provare a supportare la popolazione. Gli aiuti umanitari venivano lanciati dal cielo col paracadute, perché non c’erano altre vie di ingresso. Questi ragazzi a 17, 18, 20 anni, oltre a vivere in condizioni disumane, hanno deciso di supportare la popolazione, facendo i conti con la morte, con il rischio di essere uccisi, con la fame, con la privazione dei diritti fondamentali; hanno dovuto scavare fosse comuni, seppellire decine di persone ed esumare i corpi dalle fosse comuni create dagli assediatori. Questi ragazzi giovanissimi hanno deciso di mettere in prima linea la solidarietà per i propri concittadini, di iniziare il loro lavoro nel settore umanitario mentre erano sotto assedio: alcuni di loro sono morti mentre cercavano di portare aiutare la popolazione, altri invece hanno continuato a lavorare nel settore umanitario anche quando l’assedio è finito. Alcuni di loro oggi lavorano con noi. Dopo anni di grande sofferenza, hanno scelto di non andarsene e di restare in una città distrutta per l’80% per portare supporto alla popolazione insieme a noi.

Lavorando a stretto contatto con le persone in Siria, cosa emerge riguardo al futuro del paese?

Come sempre accade in questi contesti, la soluzione alla crisi – così come le sue cause – nel suo complesso è politica. Nel nostro lavoro noi non parliamo di questioni politiche, non ci compete, ma ne affrontiamo le conseguenze umanitarie. Quello che noi vediamo e che riguarda il nostro settore è che purtroppo alcuni donatori – probabilmente per scelte di tipo politico – hanno deciso di tagliare i fondi. Quindi temiamo che la situazione, da questo punto di vista, possa solo peggiorare. Allo stesso tempo, quello che vediamo è che i Siriani continuano a vivere, a sperare in un futuro più luminoso.

Qual è il posizionamento di WeWorld in Siria?

La Siria è al centro di una crisi politica internazionale enorme, con la presenza di diverse forze militari straniere sul territorio nazionale. Le sanzioni imposte creano condizioni di gravissima crisi economica e umanitaria. A prescindere delle loro cause, a prescindere dal fatto che noi le consideriamo più o meno giuste, basandoci sui nostri valori posso sicuramente dire che stanno esacerbando una crisi che va avanti da troppi anni e che sta distruggendo generazioni di persone.

Noi supportiamo solo una piccola parte della popolazione, perché sono milioni e milioni le persone che vivono gli effetti della crisi e non esistono nel Paese abbastanza fondi umanitari per intervenire su tutti, né fondi di sviluppo che sarebbero necessari per supportare la ripresa economica del paese. Noi continuiamo a fornire supporto, consapevoli del fatto che è necessario, ma anche che la soluzione al dramma di queste persone non sta, come in moltissimi altri contesti, negli aiuti umanitari. Questo vuol dire che dovremmo smettere di farlo? No, nel momento in cui il sistema umanitario dovesse scomparire, questa gente vivrebbe una crisi drammatica, perché la dipendenza dagli aiuti umanitari è una triste realtà. Il governo già raziona la fornitura di energia elettrica e non è in grado, anche e soprattutto a causa delle sanzioni economiche, di supportare tutta la popolazione. Vale la pena ricordare che la Siria, prima della guerra, era in condizioni economiche, culturali e intellettuali molto avanzate nella regione.

Scopri di più sui nostri progetti in Siria: https://www.weworld.it/cosa-facciamo/progetti-nel-mondo/siria.