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subite dalle donne e loro familiari sul piano lavorativo, psicosociale e familiare. Pari a una manovra economico-

finanziaria. Come già riconosciuto da norme e linee guida internazionali, non può quindi essere considerata un

fatto privato, ma come un fenomeno sociale che grava sullo sviluppo economico e sociale di ogni paese.

Prevenire e contrastare la violenza contro le donne e la violenza assistita deve essere obiettivo condiviso da

tutti e deve essere affrontato su molteplici piani, in un’ottica multidimensionale, senza interventi

emergenziali

o occasionali ma con un’azione strutturata. Una buona base di riferimento per stendere un piano

di intervento è la Convenzione di Istanbul (ratificata dall’Italia nel 2013). WeWorld Onlus ha definito le linee di

massima, i risultati auspicabili ed ha calcolato gli investimenti e i costi necessari per un organico piano di

intervento che includesse sensibilizzazione, educazione, prevenzione, cura, recupero dei maltrattanti, etc. e ne

ha calcolato il

ritorno sociale in 9,05 euro per ogni euro investito

(WeWorld 2016,

Violenza sulle donne. Non

c’è più tempo

).

Un piano efficace non deve limitarsi a garantire alle donne l’accesso a servizi che le possano assistere nei

percorsi di denuncia, cura e recupero, ma deve investire anche, e soprattutto, sulla prevenzione del fenomeno

attraverso attività d’informazione, educazione e sensibilizzazione.

La violenza sulle donne ha infatti radici

profonde negli stereotipi di genere e nelle discriminazioni, che tuttora impediscono pari opportunità alle

donne rispetto agli uomini.

Immagini stereotipate persistono nella popolazione adulta e in quella giovanile

, come confermano le due

indagini condotte da WeWorld Onlus e Ipsos

Rosa shocking

(2014) e

Rosa Shocking 2

(2015). Nelle due

rilevazioni, effettuate tramite questionario strutturato su un campione rappresentativo della popolazione

italiana (18-65 anni), emergeva una rappresentazione stereotipata della figura femminile. Una parte non

trascurabile degli/le intervistati/e restituivano un’immagine della donna come colei che si realizza nella sfera

privata, incentrata su comportamenti afferenti alla cura familiare: accudimento, aiuto, interesse per i propri

cari e per gli amici, con un ruolo subordinato rispetto all’uomo.

In siffatto contesto culturale, anche la violenza contro le donne non veniva percepita in tutta la sua portata.

Veniva ad esempio ritenuta dal 28% degli intervistati una questione privata, da risolvere in famiglia,

percentuale che saliva al 32% tra i giovani (18-29 anni). Dato ancor più allarmante,

in

Rosa shocking 2

il 25%

dei giovani adulti 18-29 anni considerava la violenza come il frutto di un raptus momentaneo

, giustificato e

legittimato dal “troppo amore” oppure da una motivazione legata al preconcetto che le donne siano abili ad

esasperare gli uomini e che gli abiti succinti siano troppo provocanti, attribuendo, quindi, alle donne la

responsabilità di far scaturire la violenza.

Dalle due rilevazioni precedenti - e più in generale da quando nel 2012 WeWorld Onlus ha iniziato a occuparsi

del problema -

nel panorama italiano alcune cose sono cambiate, a livello legislativo e sociale

.

Nel 2013 l’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul e ha emanato la legge n. 119, 15 ottobre 2013, “recante

disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”, introducendo strumenti

più incisivi per la repressione penale dei fenomeni di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e atti

persecutori

8

; nel 2015 pur con tutti i limiti e le critiche è stato varato il Piano straordinario d'azione contro la

violenza sessuale e di genere, e ad oggi (novembre 2017) siamo in attesa del Nuovo Piano. Sono anche stati

fatti alcuni timidi passi avanti con l’introduzione del congedo retribuito per le vittime di violenza di genere

(D.Lgs. n. 80, 15 giugno 2015).

Ma in qualche caso si sono fatti passi indietro. Come con la Legge 122/2016 che, invece che riconoscere un

risarcimento alle donne vittime di violenza sessuale, ha previsto solo un irrisorio indennizzo economico e

8

Il reato di

stalking

(atti persecutori) è stato introdotto nel sistema giuridico italiano nel 2009 (Legge 23 aprile 2009, n. 38) che, tra le

altre cose, prevede pene più severe per chi commette violenza sessuale e concede il gratuito patrocinio alle vittime.