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Che effetto vi fa sapere che “la violenza domestica” in Italia costa 16.719.540.330 Euro?

Più 6.323.028 Euro spesi in interventi per “prevenzione e contrasto”?

Che effetto fa avere su un foglio bianco una misurazione, fino ai decimali, del danno

economico e sociale che un Paese come l’Italia sopporta ogni anno perché gli uomini

umiliano, picchiano, uccidono le donne?

La prima reazione è forse di rifiuto. Il principio di giustizia - il dolore davanti alle storie,

ai nomi, alle facce della Spoon River nazionale - si impone come una motivazione molto più

forte di qualunque ragionamento che abbia carattere economico. Da poco abbiamo imparato

a usare, a riconoscere come nostra, la parola “femminicidio” per nominare correttamente la

violenza sulle donne in quanto donne. Sappiamo che solo il 18 per cento di chi subisce atti

di violenza li considera reati e che solo poco più del 7 per cento li denuncia. C’è ancora così

tanta strada da fare per comprendere l’abisso dei costi umani che subiamo.

Non è allora troppo presto per valutarne l’impatto economico? Non c’è il rischio che questa

ricerca si riveli una distrazione dal cuore di una sofferenza che resta ancora in gran parte

invisibile e negata?

La nostra risposta è “no”. Non è troppo presto. Bisogna, al contrario, avere il coraggio

di imporre subito il calcolo dei costi sociali ed economici della violenza all’attenzione

dell’opinione pubblica più vasta. E soprattutto a quella dei politici che finalmente si stanno

muovendo. Perché i numeri, che in Italia sono sempre mancati fino agli ultimi mesi, possono

offrire una base solida a strategie più efficaci. Perché i numeri possono finalmente alzare

un muro contro chi nega che il femminicidio sia un problema strutturale in Italia e non

un’emergenza stagionale da contenere con un po’ di fatalismo, come si fa con i fenomeni

naturali che arrivano e magari vanno via da sé. Come si fa con la grandine che ogni tanto

si abbatte sui campi.

Il progetto di Intervita, affidato a un Comitato scientifico presieduto da Anna Maria

Fellegara, ha dunque cercato di colmare una lacuna: in un momento di grande attenzione -

se non di rivoluzione - rispetto all’inerzia storica con la quale abbiamo sinora guardato alla

violenza domestica. Per questo è il momento giusto per un’indagine nazionale. Nel Comitato

sono entrati economisti, sociologi, demografi, ricercatori, statistici, sondaggisti che insieme

sono approdati a un documento nel quale si incrociano ricerca e denuncia. Un documento

che si propone di essere uno strumento a servizio dei Centri Antiviolenza già attivi e una

piattaforma per stimolare nuove politiche trasversali a vari soggetti istituzionali.

La conoscenza tecnica di tutti gli aspetti del fenomeno non potrà che approfondire la

consapevolezza di chi deve agire: coordinare gli interventi, decidere gli investimenti.

Prefazione