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La mancanza di importanti investimenti, in azioni di prevenzione e in attività di

sostegno e cura verso le donne vittime di violenza, causa un enorme danno economico

e sociale.

Per far sì che questa non rimanga una dichiarazione di principio è necessario

calcolare prima di tutto il valore di questo danno. La prima indagine nazionale, promossa

dalla Fondazione Intervita Onlus affronta questa sfida complessa. Infatti già il titolo di

questo rapporto con cui presentiamo una prima valutazione dei risultati dell’indagine,

“Quanto Costa il Silenzio?”

,

evidenzia come ci si trovi di fronte ad

un fenomeno

talmente difficile da misurare da risultare a volte impalpabile, sommerso, silenzioso:

le vittime, si sa, parlano assai meno degli autori di reato.

 Il progetto prende il via dall’unica ricerca nazionale sul fenomeno (Istat 2006). Partendo

da questi dati, e con il conforto di altri numerosi e pionieristici studi internazionali, con la

validazione di un Comitato Scientifico con competenze multidisciplinari (Elisabetta Addis

– Economista Università di Sassari, Franca Bimbi – Sociologa Università di Padova, Maura

Misiti – Demografa CNR, Linda Laura Sabbadini - Direttore Dipartimento per le Statistiche

Sociali e Ambientali  Istat, Nando Pagnoncelli – CEO Ipsos e Rosanna Tarricone –

Economista e Direttore Cergas Università Bocconi), le ricercatrici di Intervita, 3 sociologhe

e 3 economiste delle Università della Calabria e di Piacenza e del centro studi Well_B_Lab*,

spinoff dell’Università di Modena e Reggio Emilia, hanno saputo

ricostruire un valore

approssimato, per difetto, dei costi della violenza contro le donne in Italia.

Questa non è solo una operazione scientifica, che da sola già meriterebbe di essere

approfondita dagli studiosi, dai politici e dai cittadini interessati, ma è soprattutto

un atto

politico e culturale di grande rilevanza, specie per un Paese come il nostro, allergico

alla misurazione continua e coordinata dei fenomeni

, ed assuefatto invece alle statistiche

prêt-à-porter.

Questa ricerca parte dalla considerazione che l’intervento pubblico, a contrasto della violenza

contro le donne, sia già legittimato da ragioni d’ordine umano, civile e sociale, ma che

“si può migliorare solo ciò che si è in grado di misurare”

. Pertanto una stima del valore

economico dei costi sostenuti dallo Stato, dagli attori economici, dagli attori del terzo settore

e dalle stesse persone colpite da un dramma sociale, come la violenza fisica e piscologica, può

essere di

stimolo per ridefinire le priorità di spesa ed investimento,

specie in anni di crisi

e scarsità di risorse. Ciò senza cadere nell’errore di considerare la dimensione economica

avulsa dalle altre tante dimensioni della vita umana:

la lente di ingrandimento sui costi

economici e sociali consente infatti di comprendere meglio le conseguenze della

violenza sulla vita delle vittime stesse e sulla società nel suo complesso.

Premessa