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NON AMO LA SCUOLA O NON AMO STUDIARE?

 

Le ragazze e i ragazzi del “Centro Frequenza200 a Torino” intervistano lo scrittore Fabio Geda.

Amira, Maha, Manar, Ionut, Zakaria, Sanaa, Nouhaila, a poche settimane dall’esame di terza media intervistano Fabio Geda, nato nel 1972 a Torino, dove vive. Sin dal suo esordio nel 2007 con “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”, Geda mette i ragazzi al centro della narrazione. La sua opera prima racconta di un ragazzino rumeno che attraversa l’Europa alla ricerca del nonno, artista di strada. La consacrazione arriva però nel 2010, con “Nel mare ci sono i coccodrilli” (Baldini Castoldi e Dalai) tradotto in ventotto paesi: storia vera di Enaiatollah Akbari, fuggito ancora bambino dall’Afghanistan e approdato, dopo un lungo e travagliato viaggio, a Torino. Geda scrive su Linus e La Stampa. Gioca nell’Osvaldo Soriano Football Club, la Nazionale Italiana Scrittori.

Ecco uno stralcio dell’intervista, la versione integrale sarà disponibile a partire dal mese di settembre sul nuovo numero di “Lenti a contatto”, curato da WeWorld, con il tema centrale della scuola vista dai “grandi”.

Ciao, puoi raccontare chi sei e che lavoro fai?
Sono Fabio Geda, ho novantaquattro anni però li porto molto bene. Scherzo, ho quarantaquattro anni. Faccio lo scrittore di mestiere. Sono molto fortunato perché è ciò che ho sempre voluto fare. Ma non c’è una scuola da cui esci e dici “okay, ora faccio lo scrittore”. A un certo punto, è una passione che si trasforma in un lavoro. In realtà, poco più che ventenne, ho fatto servizio civile occupandomi di minori e poi ho lavorato come educatore per moltissimi anni. Mi sono occupato di disagio minorile in una comunità alloggio dove c’erano ragazzi che non potevano vivere con le loro famiglie. Erano dodici. Ho un sacco di passioni, da non sapere neanche da dove cominciare. Forse è per questo che faccio lo scrittore: sono molto curioso. Mi piace viaggiare e fare sport. Amo l’arte, la musica, la fotografia, il teatro, il cinema. Scrivere è un modo per mettere insieme tutto.

Maha: Qual era la tua materia preferita a scuola?
Con le lingue il mio rapporto è questo: io le amo ma loro mi odiano. Io vorrei imparare le lingue ma non riesco. A me piacevano quasi tutte le materie, tra cui storia e geografia. Ma cosa capitava? Fuori dalla scuola avevo tanti interessi, frequentavo molti amici, facevo attività sportiva, suonavo la chitarra. Amando un po’ tutto, facevo tutto male. Troppe cose e tutte in modo superficiale. Infatti, in prima liceo scientifico, mi hanno bocciato.

Amira: Come hai vissuto l’anno dopo, da ripetente?
Avevo già più o meno visto gli argomenti quindi lo ricordo come un anno più semplice, in cui avevo potuto imparare meglio le materie. Da quel momento ho cominciato a capire che mi sarei dovuto concentrare su meno cose per farle meglio e più a lungo. C’è un momento in cui giustamente provi a fare quasi tutto, per capire cosa ti piace. Poi, a un certo punto, sei chiamato a scegliere.

Amira: Per me scrivere è inventare storie, pensare.
Hai detto una cosa importante. Scrivere vuol dire soprattutto pensare a quello che vuoi comunicare.

Zakaria: Ci stiamo chiedendo: a cosa serve la scuola? Che collegamento ha con il futuro di una persona?
Guarda, se il futuro di una persona è una casa, la scuola costituisce le fondamenta. A seconda di come le costruisci, puoi costruire una casa di tanti tipi. Se vuoi progettare un grattacielo, devi avere delle fondamenta molto solide. Si tratta semplicemente della tua capacità di fare, della tua vita, un capolavoro.

Sanaa: Come facciamo a rendere la scuola più bella?
Credo che, per renderla più bella, siete chiamati a partecipare al suo interno. Per esempio, a me piaceva fare il rappresentante di classe, mi piaceva prendere parte attiva alla vita della scuola. Se aspettiamo solo che da fuori arrivino per renderci la scuola più bella, finiamo per aspettare solo la bellezza creata da altri. E a volte questo non succede. È avvincente poter esprimere la propria opinione e fare la propria parte.