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NEET NON SI NASCE, SI DIVENTA

Intervista ad Annamaria Leuzzi, dirigente dell’Ufficio IV della Direzione generale del “Ministero dell’ Istruzione, dell’ Università e della ricerca”.

 

Il 6 ottobre del 2015 WeWorld insieme al CNCA e Animazione sociale ha organizzato un convegno dove veniva presentato il rapporto Ghost s ulla condizione dei Neet in Italia. Chi sono i Neet? L’acronimo è la sintesi di Not in Education, Employment or Training,  ovverosia giovani non più inseriti in un percorso scolastico/formativo ma neppure impegnati in un’attività lavorativa. Secondo l’Istat, in Italia, nel 2015 vi sono circa 2 milioni e mezzo  di giovani (età 15-29) che non studiano, non lavorano e non si formano. In Italia la quota dei Neet (26%) è nettamente superiore alla media dell’Ue28 (15%) e con valori significativamente più elevati rispetto a Germania (8%), Francia (13%) e Regno Unito (14%). La Bulgaria presenta una quota di Neet (25% ) leggermente inferiore a quella italiana, mentre solo la Grecia presenta un’incidenza maggiore (28% ).

In Italia vi è un aumento dei maschi (52% femmine, 48% maschi) rispetto a qualche anno fa. Il dato è allarmante per diversi motivi, ma quello che preoccupa WeWorld è che manca un’azione preventiva precoce e un sostegno ai soggetti che per cause sociali, economiche culturali o personali rischiano di divenire Neet fin dalla scuola dell’obbligo. Ecco perché è fondamentale lavorare su una scuola inclusiva e capace di fermare la piaga dell’abbandono scolastico.

Proprio perché parliamo di scuola, ci sembra opportuno riportare un’intervista realizzata, durante il convegno del 6 ottobre, con la dott.ssa Annamaria Leuzzi, dirigente dell’Ufficio IV della Direzione generale del MIUR che si occupa della programmazione e gestione dei fondi strutturali. Ha quindi una notevole competenza ed esperienza in merito alla programmazione e all’attuazione degli interventi progettuali promossi nella scuola con l’obiettivo di favorire l’integrazione, l’inclusione e il contrasto alla dispersione scolastica.

WeWorld: Uno dei temi che GHOST sottolinea è il forte legame tra percorsi accidentati di dispersione scolastica e il fenomeno dei NEET. Cosa si sta facendo con e oltre la Buona scuola per affrontare il fenomeno della dispersione che vede sì il nostro Paese in miglioramento, ma, con il suo 15%, ancora ben lontano dall’obiettivo europeo del 10%?

A. Leuzzi: A differenza di soli due anni fa, oggi i dati a nostra disposizione sulla popolazione scolastica e, quindi, anche sul fenomeno della dispersione scolastica sono più completi e analitici. Nell’ambito della recente riforma della scuola italiana, è forte l’attenzione attribuita ai temi della dispersione scolastica e dell’insuccesso formativo precoce e gli interventi che possono essere messi in campo sono diversi e in grado di ottenere risultati apprezzabili. Ciò è confermato dal fatto che, pur in una congiuntura economica negativa, è stato possibile registrare un importante miglioramento dell’indicatore relativo alla dispersione scolastica a livello nazionale. Il risultato raggiunto è stato anche determinato da una maggiore capacità di concertazione da parte dei diversi attori istituzionali interessati e dal maggiore coinvolgimento di gruppi di esperti e ricercatori sul tema, che hanno contribuito in misura rilevante ad accrescere la qualità e l’incisività delle azioni promosse.

WeWorld: Ci si chiede spesso quali di queste azioni promosse funzionano, soprattutto se consideriamo che l’oggetto del nostro convegno, i Neet, sono indicatore che qualcosa è andato storto nella loro esperienza formativa.

A. Leuzzi: L’esperienza accumulata nelle diverse stagioni dei PON per la scuola, come del resto le priorità strategiche individuate per il periodo di programmazione 2014-2020 in fase di avvio, ci orientano a lavorare molto sul miglioramento delle competenze di base dei nostri alunni e a mettere in atto azioni sistematiche e ben strutturate di monitoraggio e di valutazione dei risultati conseguiti.

Attualmente stiamo terminando la valutazione dei PON in chiusura e, a breve, daremo riscontro degli esiti dell’analisi condotta. Per ora mi limito ad accennare ad alcune delle evidenze emerse:

1)    il ruolo chiave svolto, nelle fasi di progettazione e attuazione degli interventi, dalla collaborazione tra scuola, enti locali e soggetti appartenenti al terzo settore;

2)    la rilevanza di percorsi di accoglienza e tutorato all’interno delle scuole, con funzione di analisi dei fabbisogni, orientamento, condivisione degli obiettivi e delle strategie d’intervento e autovalutazione in itinere e a conclusione dei percorsi;

3)    l’importanza del coinvolgimento di team di lavoro in possesso di elevata professionalità;

4)    la riqualificazione e il potenziamento degli ambienti di apprendimento a livello di infrastrutture scolastiche e dotazioni tecnologiche;

5)    l’efficacia del modello d’intervento fondato su un approccio “laboratoriale” (per esempio le esperienze in azienda);

6)    la necessità di una forte integrazione dell’offerta formativa nelle scuole anche con proposte al pomeriggio e nel periodo estivo.

WeWorld: D’accordo con lei, ma se poi sul tema NEET diciamo che oltre 2 milioni di italiani sono in questa condizione, verrebbe da dire: il PON a quanti riesce a rispondere?

A. Leuzzi: Quando prima accennavo all’importanza dell’approccio laboratoriale, facevo riferimento al fatto che siamo riusciti a coinvolgere circa 3 milioni di ragazzi attraverso i dispositivi del PON. A questi abbiamo proposto esperienze formative anche in altri paesi e, comunque, fuori dal territorio di appartenenza. Questi interventi hanno prodotto importanti risultati: la maggior parte dei ragazzi intercettati ha aumentato in modo significativo le competenze di base, a maggiore garanzia del proprio successo scolastico e formativo. E mi preme sottolineare che con il PON 2014-2020 lavoreremo anche nelle Regioni del Centro-Nord, considerando che sul tema dell’inclusione e della lotta alla dispersione scolastica la divisione nord-sud non risulta più rappresentativa. È vero, infatti, che il tasso di dispersione scolastica è complessivamente migliorato in Italia, ma in alcuni territori è, invece, decisamente peggiorato.