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1 agosto 2019

MOZAMBICO: COME SOPRAVVIVERE AL CICLONE.
Joao Silva, nostro EU Aid Volunteers in Mozambico racconta all’agenzia Dire: “Dopo il ciclone la gente non ha nulla”.

 

Prima del ciclone Idai, qui, la gente aveva pochissimo. Ora non ha niente. Joao Silva, nostro EU Aid Volunteers in Mozambico, parla all’agenzia ‘Dire’ da Chimoio, provincia di Manica, nel Mozambico interno. Silva, portoghese, 26 anni, si trova a Chimoio come “program assistant manager” in uno dei nostri progetti: “Seppure in quest’area i danni sono stati meno spettacolari rispetto a quelli registrati a Beira e in tutta la provincia di Sofala – spiega – nelle zone rurali di questa zona le persone erano molto meno preparate a reagire al disastro rispetto agli abitanti delle città”.

Lavoriamo in Mozambico dal 2000 con progetti che mirano a sostenere le comunità più vulnerabili e in particolare donne e bambini con attività volte all’autosufficienza alimentare, alla prevenzione disastri, alla migliore gestione dell’acqua in agricoltura e al sostegno del sistema educativo locale.

Il nostro personale in Mozambico è stato subito mobilitato per raggiungere le area colpite dai cicloni IDAI prima e da Kenneth poi, che si sono abbattuti su città e campagne provocando la distruzione di case, scuole, ospedali e delle principali infrastrutture.

Grazie al coordinamento con alcune associazioni locali ci siamo adoperati per un aiuto diretto nell’emergenza a chi ora necessita di tutto: acqua pulita, salute, assistenza e servizi igienico sanitari, nelle aree devastate dai cicloni.

Nella provincia di Manica – continua Joao – lavoriamo nell’area di Dombe: sono zone che si trovano ad altitudini molto basse e durante l’alluvione erano completamente inondate. C’erano case alte tre metri completamente sommerse” dice Silva, ricordando le scene degli inizi di marzo. “Come in altre aree, le inondazioni hanno portato feci e rifiuti verso i fiumi e il problema è che qui l’acqua di fiume si beve, così le persone rischiano di contrarre malattie come tifo e colera. Senza parlare dei coccodrilli, che sono un altro pericolo”.

Joao menziona anche il rischio malaria, acuito dalla maggiore umidità legata alle inondazioni. Per far fronte a questi problemi, attraverso l’intervento di emergenza, sono stati distribuiti secchi d’acqua da 50 litri e collocati bagni nei campi per sfollati. Da poco, si sta lavorando alla costruzione di toilette anche nelle case private e vengono distribuiti alle famiglie filtri per la potabilizzazione dell’acqua e istruzioni sulle precauzioni da prendere per evitare il diffondersi delle infezioni.

Entro la fine di agosto il nostro staff aggiungerà un totale di 3449 famiglie beneficiarie nelle comunità di Manica.

Tra le difficoltà, quella di entrare in contatto con i gruppi più isolati, spiega Silva: “Non ci sono mezzi di trasporto e alcune comunità si possono raggiungere solo attraversando due fiumi, a piedi o in canoa, e a volte l’ospedale più vicino è a 30 chilometri”. Per comunicare, i nostri operatori locali usano lo shona, una lingua bantu parlata nell’area: “Solo metà della popolazione, infatti, parla correntemente il portoghese”.

Oltre alle soluzioni di emergenza, lavoriamo a progetti relativi al cambiamento climatico, di cui pure il ciclone Idai è stato una manifestazione, secondo diversi studi. “Ora sono qui per questi interventi di emergenza – racconta Silva – ma da Maputo mi sono occupato di programmi per l’adattamento dell’agricoltura alle trasformazioni del clima. In particolare, nelle aree di Namaasha e Boane, non lontano dal confine con lo Swaziland, pesantemente colpite dalla siccità legata al fenomeno ‘El Nino’, nel 2015. Le principali attività sono la distribuzione di semi, le cui varietà vengono scelte insieme alle comunità locali, e la riabilitazione di dighe per facilitare l’irrigazione dei campi. Lavoriamo poi, insieme alle associazioni degli agricoltori, al potenziamento dei sistemi di irrigazione.

Il nostro personale, inoltre sta lavorando anche nella Provincia di Pemba colpita dal ciclone Kenneth, implementando all’interno delle scuole attività di sensibilizzazione e promozione di pratiche igienico-sanitarie contro malattie come il colera, per un totale di oltre di 300 alunni.