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INTERVISTA A LAURA FRIGENTI DIRETTRICE DELL’AGENZIA ITALIANA PER LA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

 

Il WeWorld Index 2016 si conferma uno strumento utile per misurare l’inclusione e l’esclusione di bambine/i e donne nel Mondo.

È stato presentato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e all’ISPI – Istituto per gli studi di politica internazionale, il Rapporto WeWorld Index 2016. Bambine, bambini adolescenti e donne: il mondo degli esclusi

In linea con l’Agenda di Sviluppo Sostenibile 2030, il WeWorld Index considera l’inclusione come un concetto multidimensionale non riconducibile solo alla sfera economica, ma a tutte le dimensioni del sociale: sanitaria, educativa, lavorativa, culturale, politica, informativa, di sicurezza, ambientale.

Analizzando 168 Paesi sulla base di 34 indicatori, il WeWorld Index 2016 ci restituisce una classifica dell’esclusione in grado di misurare il legame tra diritti dei bambini, delle bambine e donne, soggetti distinti, con diritti propri, ma estremante interdipendenti tra di loro.

La dott.ssa Laura Frigenti, Direttrice dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, intervistata da WeWorld in occasione del Rapporto 2016, ha evidenziato l’importanza di un’azione congiunta da parte dei diversi attori dello sviluppo (pubblici e privati, governativi e non governativi) per il raggiungimento degli SDGs (Sustainable Development Goals), e dell’utilità di strumenti come il WeWorld Index, che, con la sua visione multidimensionale dell’inclusione, può contribuire al monitoraggio degli SDGs in un’ottica di promozione e attuazione dei diritti delle donne e dei bambini/e.

Riportiamo qui l’intervista alla dott.ssa Frigenti, contenuta nel Rapporto 2016:

Gli MDGs (Millennium Development Goals) erano nati soprattutto per orientare l’utilizzo delle risorse dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS). Indicavano le priorità sul versante della educazione, della salute, etc. Con gli SDGs (Sustainable Development Goals), nel percorso di elaborazione dei quali ho molto lavorato negli ultimi anni, cambia tutto: entriamo in una dimensione più ampia ed inclusiva. Sono infatti un modello di sviluppo per le società nella loro totalità. Un quadro che tutti i Paesi devono adottare per orientare al meglio l’uso delle loro risorse, e quindi del pianeta, che come sappiamo non sono risorse infinite. Ecco allora l’importanza di impostare nella attuazione degli SDGs fin dall’inizio una stretta collaborazione tra attori pubblici e privati su tutti i temi non solo quelli educativi e di salute, ma anche quelli economici, ambientali, di sviluppo in senso ampio. Certo ci sono ancora le priorità della salute e della educazione, ma in una visione multidimensionale in cui contano altrettanto gli aspetti sociali, ambientali, dei diritti umani. Ogni Paese deve cercare poi di trovare le proprie priorità, per questo il quadro ampio degli SDGs può essere molto utile perché ogni Paese definisca le proprie priorità in una prospettiva multidimensionale. I concetti di inclusione e multidimensionalità applicati ai diritti della popolazione under 18 e delle donne si ritrovano anche nel WeWorld Index, uno strumento utile per la cooperazione internazionale, specie per conoscere le priorità per la promozione e l’attuazione dei diritti dei bambini e delle donne.

Con gli SDGs, l’APS deve reinventarsi ed assumere una funzione catalitica per attrarre nuove risorse. Anche nel caso in cui tutti i Paesi industrializzati mettano lo 0,7% del loro PIL per sostenere le azioni di cooperazione internazionale, ciò non sarà granché rispetto alla sfida che abbiamo come umanità. Ben diverso il quadro appare se attorno alle risorse pubbliche ci crea un flusso finanziario di risorse private per sostenere gli SDGs nel loro complesso. In tal caso la sfida rimane grande ma non impossibile. Certo bisogna essere consapevoli che i diversi attori dello sviluppo (pubblici e privati, governativi e non governativi) rimangono diversi e rispondono con approcci diversi ai vari temi dello sviluppo. Stare insieme su una medesima agenda non sarà facile, ma su questo stare insieme si gioca il futuro della cooperazione internazionale. In questo senso la neonata Agenzia per la Cooperazione internazionale italiana è una ottima opportunità perché permette al nostro Paese di partire con il passo giusto verso il traguardo del 2030.

Infine tra gli attori della cooperazione giocano un ruolo importante le ONG. Negli ultimi due anni ho lavorato molto con le ONG americane. È stata una esperienza assai interessante perché mi ha permesso di capire la grande trasformazione che è in atto nel mondo delle ONG. Sicuramente il ruolo delle ONG nei Paesi industrializzati sta cambiando. Con gli SDGs il cambio è obbligato. La società civile diventa ancora più importante. Le ONG internazionali hanno la responsabilità primaria della collaborazione con soggetti locali perché questi gestiscano al meglio le risorse. Le ONG italiane non potranno evitare il cambiamento. Ci sono le ONG che sono grandi colossi internazionali, ma ci sono anche tante piccole e medie ONG. Soprattutto per queste ultime il modo di fare cooperazione internazionale sta cambiando. Non basta più aggiudicarsi un grant partecipando ad un bando e fare le cose bene. Stando separati non si raggiunge l’impatto sperato, ma anche consorziarsi per aumentare l’impatto non è più sufficiente. Servono innanzitutto due cose. Da un lato diversificare le fonti di finanziamento. Aumentando la quota di risorse private provenienti dai singoli cittadini, che vanno fidelizzati alla causa della ONG; i donatori privati aumentano quando si riconoscono nella ONG. Dall’altro lato, va attivata un collaborazione strategica con le imprese private. Se esaminiamo i flussi finanziari nella cooperazione internazionale già oggi prevalgono i flussi privati su quelli pubblici. Ma tra loro i flussi privati si ignorano. Invece le ONG devono perseguire una alleanza di lungo periodo con soggetti privati per poter orientare veramente le politiche di sviluppo. Lo so che non è facile per il settore privato capire il valore aggiunto delle ONG, dato dalla loro capacità di stare là dove i bisogni sono più urgenti e le politiche di sviluppo si cambiano davvero, ma è anche vero che le ONG devono superare la diffidenza verso il settore privato. Il futuro è questo: lavorare tutti insieme, ma in modo diverso, ognuno secondo il proprio ruolo.