WeWorld
28 febbraio 2017

FEMMINICIDIO: NON SERVONO PENE PIÙ SEVERE, MA UNA GIUSTIZIA UGUALE PER TUTTI E UN PIANO A LUNGO TERMINE.

 

La Camera dei deputati discute una nuova proposta di legge che potrebbe avere ricadute importanti sul problema della violenza sulle donne e soprattutto su chi, dopo questa violenza, resta e deve continuare a vivere.  

Si tratta della proposta di legge:  “Modifiche al codice civile, al codice di procedura penale e altre disposizioni in favore degli orfani di crimini domestici” (n.3772), che potrebbe ampliare il fondo di solidarietà esistente (rivolto ora alle vittime di mafia, usura, terrorismo) anche agli orfani di femminicidio. Non solo, questa legge potrebbe accogliere anche l’introduzione, voluta da alcune deputate (Mara Carfagna e Fabrizia Giuliani in prima fila), della pena dell’ergastolo se il delitto è commesso “non solo verso l’ascendente o il discendente ma anche verso il coniuge, anche legalmente separato, o contro la parte dell’unione civile o contro la persona legata al colpevole da relazione d’affetto”.

WeWorld guarda con favore all’attenzione che la protezione delle vittime di femminicidio sta ricevendo in questa Legislatura, che si è aperta con la ratifica della Convezione di Istanbul nel giugno 2013 (il trattato fortemente voluto dal Consiglio d’Europa per affrontare con una strategia organica la prevenzione ed il contrasto alla violenza contro le donne) e la successiva approvazione della cosiddetta Legge sul femminicidio n. 119 nell’ottobre seguente, che ha colmato alcune lacune legislative del Codice penale. Un interesse che ha spinto il Senato, su iniziativa della ora Ministra dell’Istruzione Sen. Valeria Fedeli, ad approvare l’istituzione nello scorso gennaio di una Commissione monocamerale sul femminicidio.

La proposta, che arriva ora al primo passaggio cruciale della Camera, rischia però di far perdere di vista il focus del problema.

Inserire un bonus di 2M di euro per gli orfani di femminicidio nel fondo di solidarietà, non risolve infatti il problema, se si pensa che l’Italia è inadempiente nel riconoscere a “tutte le vittime di tutti i reati violenti” una protezione economica. È la stessa Corte di Giustizia Europea a condannare il nostro Paese invitandola a garantire a tutti una vera eguaglianza davanti alla legge.

La violenza contro le donne colpisce tutti, anche i bambini (che nel 65% dei casi ne sono testimoni, con gravi conseguenze per tutta la loro vita), ed è innegabile che abbia creato quasi 1700 orfani di femminicidio in 10 anni, tuttavia è necessario dare una risposta complessiva a queste vittime della violenza ma anche a tutte le altre che per diversi motivi ne pagano per tutta la vita le conseguenze.

WeWorld è convinta che la violenza contro le donne sia un grave fenomeno sociale che va combattuto e debellato, ma la proposta in discussione oggi è accettabile solo se la consideriamo un primo passo di un percorso che a breve porti a rendere giustizia e a mostrare la solidarietà dello stato a tutte le vittime di reati violenti. Non è creando categorie di cittadini protetti che si combatte il fenomeno della violenza contro donne.   

Inoltre non convince affatto l’inasprimento delle pene per gli autori di femminicidio. L’inasprimento delle pene infatti funziona raramente. E sono molti studi a confermarlo. Inoltre, ancora una volta come in tanti altri provvedimenti legislativi, mettendo a fuoco la questione della pena ci si occupa dell’aggressore e non della donna o delle vittime.

Pene severe e un approccio securitario non risolvono il problema della violenza. Ridurre il problema della violenza contro le donne è un obiettivo complesso e richiede soluzioni articolate, che comprendano, in primo luogo, anche le vittime di violenza assistita. La violenza contro le donne non è un fatto straordinario risolvibile cambiando qualche norma, ma purtroppo durevole e si affronta solo con azioni di sistema di natura economica, sociale ed educativa.

Il Governo deve varare un piano pluriennale (non emergenziale) che affronti la questione nella direzione della prevenzione primaria (sensibilizzazione, educazione, formazione delle figure professionali) e secondaria (cura e la presa in carico delle donne che subiscono violenza con coordinamento dei servizi, assistenza in materia di denunce, servizi di supporto specializzati  etc).

Come mostrerà WeWorld il 1 marzo, presentando alla Sala Aldo Moro della Camera dei deputati il rapporto: “Violenza sulle Donne. Non c’è più tempo. Quanto vale investire in prevenzione e contrasto. Analisi SROI (Social Return on Investment) delle politiche d’intervento”, non solo è possibile varare un piano nazionale di intervento, a costi assai inferiori ai quasi 17 miliardi che il nostro Paese paga ogni anno per le conseguenze dirette e a lungo termine della violenza contro le donne (WeWorld, 2013 ), ma l’attuazione di un piano a lungo termine avrebbe importanti ricadute sociali ed economiche positive sulle donne e in ultima analisi sull’intero Paese.