WeWorld
31 luglio 2017

CALANO GLI OMICIDI, NON I FEMMINICIDI.

 

I femminicidi– gli omicidi di donne da parte di uomini che pretendono di esercitare una qualche forma di potere fino a togliere la vita-costituiscono circa un terzo di tutti gli omicidi compiuti in Italia. Lo afferma il Comandante dell’Arma dei Carabinieri, Generale Tullio Del Sette, specificando che gli omicidi in Italia sono da anni in calo (dopo il picco degli anni ’90, all’epoca della guerre di mafia), eccetto, appunto, i femminicidi.

La violenza sulle donne presenta purtroppo ancora numeri inaccettabili dice Del Sette: nel 2013 sono stati compiuti 479 omicidi, nel 2014 466, nel 2015 450 e nel 2016 sono stati 424, mentre i femminicidi sono stati, negli anni indicati, 134, 115, 114 e 132. Il numero di femminicidi nel 2017, già a fine giugno, è stato di 64. Un numero che rappresenta una terribile realtà per tutte le donne italiane e che non presenta differenze rilevanti tra Nord e Sud, tra grandi centri urbani, periferie e piccoli centri rurali.

Il Comandante ha sottolineato come l’atto di togliere la vita ad una donna sia quasi sempre il culmine di un calvario di violenze e sopraffazioni che rimane il più delle volte celato tra le mura domestiche. E di queste violenze perpetrate e ripetute siamo consapevoli anche noi di WeWorld Onlus che da molti anni siamo al fianco di tante donne vittime di violenza.

Non mancano, tuttavia, segnali che indicano come l’attenzione delle forze politiche e dell’opinione pubblica siano in crescita e forse si stia entrando in un periodo di impegno per prevenire la violenza contro le donne, passando da una fase di intervento emergenziale a un’azione più strutturale.

Del Sette ha infatti presentato i dati nel corso di un’audizione davanti alla Commissione Parlamentare di inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere del Senato, sottolineando che è necessario un cambiamento di “natura culturale e sociale”. La politica è ora meno sorda di qualche anno fa e sembra aver assimilato che non siamo di fronte ad un fenomeno straordinario, ma profondamente radicato in tutto il mondo (e il nostro Paese non fa eccezione). Testimoniano ciò la ratifica da parte italiana della Convenzione di Istanbul nel 2013, le nuove leggi varate negli anni recenti per inasprire le pene e sul reato di stalking, che puntano a prevenire e contrastare il fenomeno e sostenere le vittime e i superstiti (compresi gli orfani di femminicidio).

Dando poi uno sguardo oltre i nostri confini, se ne è occupato anche il G7 di Taormina adottando una Road Map for a Gender responsive environment, che in particolare al punto 3 si occupa di: Eliminating violence against women and girls throughout their lives. Ed infine anche dai Paesi Arabi, tra i più in ritardo nel riconoscere i diritti di donne, bambini e bambine, come mostra la serie di rapporti del WeWorld Index dal 2015 ad oggi, proviene qualche segnale incoraggiante: per esempio, l’approvazione in Tunisia della prima legge per contrastare la violenza sulle donne (in un paese che fino ad oggi riconosceva la legalità del matrimonio riparatore per coprire lo stupro).

Tornando all’Italia, la maggior consapevolezza politica non si è, però, ancora tradotta in un piano di lungo periodo. Il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio ha recentemente lanciato un bando per sostenere progetti dei centri antiviolenza, per il sostegno lavorativo delle donne a rischio, per il recupero dei maltrattanti, per progetti rivolti alle donne migranti e per campagne di sensibilizzazione. Il bando prevede finanziamenti per 10 milioni di Euro. Una cifra inadeguata se si pensa che i danni diretti ed indiretti della violenza contro le donne ammontano a circa 17 miliardi di Euro, come dimostrato nella nostra indagine Quanto costa il silenzio? Serve dunque di più per contribuire al “cambiamento culturale” tanto sperato.