WeWorld
SE VUOI SAPERE COME RENDERE CONCRETO IL TUO AIUTO CHIAMACI DAL LUN-VEN 9.00-18.00 AL NUMERO 848.88.33.88
8 agosto 2019

LA SICUREZZA È UN BENE COMUNE NON DI POCHI. 

Esprimiamo preoccupazione per l’adozione del Decreto Sicurezza Bis che limita l’azione umanitaria.

Il cosiddetto “decreto sicurezza bis”, di recente approvato dal Parlamento, prevede “Disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica”. È composto da 18 articoli, divisi in tre capi: disposizioni urgenti in materia di contrasto all’immigrazione illegale e di ordine e sicurezza pubblica, disposizioni urgenti per il potenziamento dell’efficacia dell’azione amministrativa a supporto delle politiche di sicurezza, disposizioni urgenti in materia di contrasto alla violenza in occasione di manifestazioni sportive.

Tutto il decreto non sembra rispondere a requisiti di urgenza. L’Italia non è invasa da nessuno e non vi sono manifestazioni di piazza tali da giustificare nuove misure repressive.

Noi, in particolare, però, esprimiamo preoccupazione per la prima parte del decreto, che allontana ancor di più l’Italia dal sentiero tracciato nel secondo dopoguerra, quando il nostro paese sulle tematiche internazionali si era caratterizzato per la ricerca di soluzioni condivise sul piano multilaterale con gli altri paesi europei.

La prima parte del decreto infatti mette in pericolo la possibilità del soccorso in mare. Soccorso che è normato da una normativa internazionale che non ha quasi mai un valore vincolante (si tratta infatti di normativa complessa, detta anche soft law, in cui diritto internazionale e leggi sul salvataggio in mare si intrecciano con convenzioni di vario genere e definizioni come “porto sicuro”, “porto vicino”, etc). Una disciplina che costringe spesso a interpretazioni, che incidono poi sulla vita dei migranti che affrontano traversate in mare, fuggendo da guerre o solo in cerca di un futuro migliore.

Riteniamo che il decreto sicurezza bis dia un potere enorme al Ministro dell’Interno per “limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale” per ragioni di ordine e sicurezza. In caso di violazione, da parte del comandante di una nave, dei divieti e delle limitazioni, disposte dal Ministro dell’Interno, all’articolo 1 si prevede una sanzione amministrativa che va da 150 mila a 1 milione di euro. Come sanzione aggiuntiva è stabilita anche la confisca della nave, preceduta dal sequestro immediato. Coloro che contravvengono ai divieti previsti al punto 1 e che vengono colti in flagranza di un delitto di resistenza o violenza contro nave da guerra, dice il decreto, devono essere immediatamente arrestati.

Il decreto anziché aiutare le autorità preposta alla sicurezza della navigazione creerà, ancor più delle azioni poste in essere finora, con il blocco dell’accesso ai porti a navi che hanno soccorso naufraghi nel Mediterraneo, una serie di contenziosi internazionali, con altri paesi e con gli armatori delle navi sequestrate.

Inoltre, in un momento in cui l’Europa non ha una strategia unitaria su come affrontare il fenomeno migratorio, il decreto mette in grave difficoltà tutti coloro che per sole ragioni umanitarie si occupano di soccorrere quanti naufragano nel Mediterraneo, fuggendo da un paese, la Libia, in cui è in corso una violenta guerra civile.

Siamo impegnati in Libia nel portare aiuti salvavita ai migranti rinchiusi nei centri di detenzione libici ed alla popolazione libica delle comunità circostanti. La situazione in Libia non è tale da giustificare l’adozione di un decreto che mette in discussione i principi umanitari e che isola ancora di più l’Italia dagli altri paesi europei. Paesi che comunque sono responsabili di aver rinunciato a cercare con forza una posizione unitaria sul fenomeno migratorio.

Riteniamo che il fenomeno migratorio richieda soluzioni condivise tra tutti i paesi europei e non azioni unilaterali, come quella appena approvata dall’Italia. I centri di detenzione in Libia andrebbero chiusi e le persone intrappolate nel paese nordafricano dovrebbero poter accedere a centri temporanei (come quelli creati da UNHCR in Niger) o altri centri sotto la responsabilità condivisa tra gli Stati, luoghi in cui si valutino le richieste di accoglienza e si dia una risposta ai bisogni specifici dei migranti. Nei casi più urgenti i corridoi umanitari possono essere una soluzione.

Ci auspichiamo che l’Italia ritorni a dialogare con i partner europei nella ricerca di un governo condiviso del fenomeno migratorio. Un fenomeno che, come mostrano i cambiamenti climatici in atto, non sarà né di breve durata né limitato al Mediterraneo centrale.

Infine ricordiamoci che la nostra Costituzione, come quella di gran parte dei paesi democratici, previene ogni forma di concertazione del potere in poche mani. Il decreto sicurezza bis va nella direzione opposta, dando un grande potere al Ministro dell’Interno, e suscita preoccupazione perché alimenta l’illusione che alle questioni internazionali si possa trovare una soluzione in casa nostra, “interna” appunto. Non è mai stato, né mai sarà così: la sicurezza è un bene condiviso, non è mai affare di pochi.